Giorno 57 – Cinquanta sfumature di verde

11 agosto 2018, Sukhbaatar-Ulan Bator (331 km) – Tot. 19.028

I viaggiatori della Torino-Pechino, di nuovo insieme, si concedono qualche ora in più di riposo alzandosi dal letto più tardi del solito. Ad attenderli c’è la strana colazione dell’Hotel Selenge a base di tè e minestra con pezzi di lardo. Il tutto preparato dalla inquietante receptionist che lavorava con gli occhiali da sole anche in piena notte. La somiglianza con Morticia Adams in salsa mongola è notevole. L’Hotel non accetta carte di credito e neppure valuta straniera. Siamo costretti a lasciare Claudia e i bagagli in ostaggio e andare alla ricerca di tigrit mongoli. Il primo tentativo viene fatto alla stazione del treno da dove l’addetta alla vendita dei biglietti ci consiglia di fidarsi di un suo amico per effettuare il conveniente cambio. Il tipo ci propone 2000 tigrit per un euro quando il valore ufficiale è 2800. Rinunciamo all’affare e cerchiamo una banca, cosa che di sabato risulta non essere facile neanche in Mongolia. Alla fine risolviamo il tutto in un bancomat della piazza principale di Sukhbaatar che porta lo stesso nome della città e al cui centro c’è la statua di colui a cui sono dedicate sia la piazza che la città.

Saldato il conto partiamo per Ulan Bator, consapevoli che la giornata sarà volutamente lunga e dedicata anche a molti chilometri fuori dalla strada principale per vedere come si vive nelle gher, le tipiche tende mongole. Dopo pochi chilometri ci avviciniamo infatti ad un piccolo insediamento di pastori e timidamente cominciamo a interagire con gli abitanti di un gruppetto di gher. Nonostante la difficoltà di comunicazione verbale riusciamo ad entrare in sintonia grazie alla sempre valida gestualità e ad un reciproco scambio di doni: magliette, penne e cappellini dei nostri sponsor vengono ricambiati con del formaggio, latte ed un giro a cavallo. Il tutto si conclude con una foto di gruppo e tanti sorrisi. Riprendiamo la nostra strada arricchiti da una sensazione di gratitudine per questa piccola lezione di vita e generosità offertaci nella massima semplicità.

Dopo aver attraversato valli disseminate di yurte, cavalli e bestiame di vario genere, decidiamo di ripercorrere le stesse tappe del viaggio di dieci anni fa. Ci fermiamo quindi per il pranzo nella cittadina di Darkhan, che ci appare molto diversa da come la ricordavamo. Non riusciamo a ritrovare il locale dove avevamo mangiato la volta scorsa e optiamo per un piccolo ristorantino dove ci viene servito un abbondante piatto di plov che, seppur non molto fedele alla ricetta originale, risulta comunque gustoso.

Dopo la pausa ristoro il capo spedizione Guido cede la guida ad Andrea che con grande emozione e piacere percorre la manciata di chilometri che mancano per raggiungere Ulanbator. Quando mancano circa un centinaio di chilometri al fine-tappa un momento di grande emozione coinvolge l’equipaggio: dopo averlo cercato per tutto il giorno, ecco apparire all’improvviso il luogo esatto in cui nel 2008 fu scattata lo foto che poi divenne la copertina del libro “Aregolavanti”. Doverosa quindi la foto di rito dei “dieci anni dopo”.

Prima dell’arrivo in città colpisce la nostra attenzione un importante impianto di energia fotovoltaica che fa ben sperare per il futuro, considerando che in questa nazione l’energia viene ancora prodotta per la maggior parte dalla combustione del carbone. A favore dell’aspetto ecologico ci rincuora veder circolare molte auto ibride e contare lungo la strada decine di stazioni di gpl per autotrazione.

L’entrata nella capitale è al tramonto e in mezzo ad un traffico molto confuso e impegnativo. Prendiamo alloggio nella guest house che aveva già ospitato nei giorni scorsi Andrea e Claudia. A pochi metri dalla nostra residenza mongola sorgeva il ristorante Marco Polo dove ci è capitato di mangiare nel 2008. Come spesso accaduto in questo viaggio, scopriamo con amarezza che anche questa realtà non esiste più. Decidiamo di ripiegare in un ristorante uzbeko per mangiare shasliki di carne di montone, poi piccola passeggiata in centro città propedeutica alla destinazione finale della giornata: il letto.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– In Mongolia alcuni tratti stradali sono divenuti a pagamento. In ogni caso si paga meno di due euro per 370 chilometri. Anche il traffico è decisamente aumentato.

– I tre distributori di gpl del 2008 oggi sono diventati un rete presente in ogni città.

– Incredibile come almeno la metà delle auto in circolazione siano ibride e in particolare modo Toyoya Prius, dal primo all’ultimo modello prodotto.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale, Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio

Giorno 56 – Riuniti al confine

10 agosto 2018

Team1, Arej-Sükhbaatar (km. 526) – Tot. 18.697

Le prime ore del mattino ci permettono di apprezzare meglio il luogo dove abbiamo dormito. Non solo lo squallido piazzale sterrato pieno di buche, ma anche un ridente lago con strutture ricreative. Questo spiega il motivo dei tanti bambini presenti in albergo a fare una esperienza tipo campi estivi. Approfondendo il tema scopriamo che il Lago di Arej è più popolare di quanto potessimo pensare.

Prima delle 8.00 siamo già in marcia con la speranza di raggiungere il confine con la Mongolia nel primo pomeriggio. La prima sorpresa della mattina è, con gli occhi ancora affaticati dal poco sonno, l’incontro con alcuni ciclisti della Red Bull Trans Siberia Extreme. Trattasi di una corsa da Mosca a Vladivostok nella quale gli atleti sono liberi di fermarsi quando vogliono e dove vogliono. I più competitivi riescono a completare il percorso di quasi 10.000 chilometri in circa tre settimane dormendo pochissime ore.

A metà mattinata è il momento di prendere una decisione che potrebbe influenzare la giornata. La strada più breve segnalata dai nostri telefonini, duecentocinquanta chilometri invece che cinquecento, è appena riportata nelle mappe stradali. Il rischio ci affascina e come al solito scegliamo di percorrere questa nuova tratta che ci permette di risparmiare carburante e ci regalerà certamente emozioni. Infatti la prima sorpresa è non incontrare edifici in muratura, ma solo in legno, per almeno cento chilometri. La seconda è vedere l’asfalto precario trasformarsi in pista di terra battuta nei boschi di betulle. La terza è cercare di evitare le profonde buche senza scontrarsi con cavalli, mucche, pecore e fauna selvatica. In tutto questo non ci accorgiamo del cambio di fuso orario al non segnalato confine tra Transbajkalia e Buriazia, dove l’orologio deve tornare indietro di un’ora.

La comparsa della cittadina di Bichura non è un miraggio. Qui troviamo asfalto, stazioni di benzina, un luogo per mangiare e una banca per cambiare denaro, e tutto questo ci permette di riprendere energie per affrontare gli ultimi chilometri prima della dogana. Circa cinquanta chilometri prima della cittadina di frontiera di Kjachta costeggiano il confine. Veniamo fermati dai militi che pattugliano la frontiera perché di fatto dobbiamo percorrere la strada che passa tra il filo spinato e le torri di guardia. Ci viene fatto un permesso che sarà poi riconsegnato alla fine della zona militare e riceviamo la raccomandazione di non avvicinarsi al reticolato che divide la Russia dalla Mongolia. Finito anche questo ulteriore tratto di strada ecco comparire Kjachta che, oltre ad ospitare una delle tre dogane internazionali dove gli stranieri possono transitare tra i due Paesi, fu protagonista di una lunga notte durante la Torino-Pechino 2008. L’albergo “Amicizia” di quel giorno di luglio è ancora attivo e al proprio posto.

Lunghissima la sosta presso la parte russa del confine dove la disorganizzazione regna sovrana. Sorprendentemente i doganieri decidono di dividere in due gruppi coloro che aspettano. I mongoli da un lato e i russi dall’altro. Essendo solo tre le auto russe e almeno venti quelle mongole, decido di unirmi a quelli somaticamente più simili a me. Questa è la svolta del pomeriggio, grazie alla quale riusciamo a guadagnare molte posizioni ed anticipare anche le procedure della parte mongola. Alla fine le ore di sosta saranno cinque comprensive di assicurazione per l’auto (un mese a circa 25 euro) e altre tasse ecologiche per complessivi cinque euro.

Esattamente come dieci anni fa, i primi minuti di Mongolia trasmettono una strana euforia. Sentiamo il bisogno di fare foto con le immense steppe verdi e con il cartello di inizio della nazione. Il tutto nella cornice del tramonto che ci ricorda che sarebbe bene raggiungere Andrea e Claudia al più preso. Appena venticinque chilometri per incontrare gli altri membri della spedizione alla stazione ferroviaria di Sükhbaatar e finalmente abbracciarsi in modo liberatorio viste le difficili giornate che hanno preceduto questo ricongiungimento.

Team 2, Ulanbator-Sükhbaatar

Il risveglio ad Ulanbator è accompagnato da una leggera pioggia che rende ancora più fresca l’aria mattutina. Dopo una buona colazione a base di pane tostato con uova, marmellata e crema spalmabile, Andrea e Claudia si accordano con la proprietaria della Guest House per lasciarle in custodia i bagagli. Infatti, una volta rientrati nella capitale mongola con il capospedizione Guido ed il fedele Bruno, soggiorneranno nuovamente lì avendo riservato una quadrupla ad un prezzo speciale.
Mini-zaino in spalla, i nostri si dirigono verso la stazione dove li attende il treno che in sole 10 ore coprirà i circa 300km che li separano da Suhbaatar.
Il viaggio trascorre piacevolmente con la possibilità questa volta, complici le ore di luce, di godere del panorama circostante: valli che si alternano a zone montuose, villaggi di case in mattoni e legno che cedono il posto alle tipiche yurte, mandrie di buoi e gruppi di cavalli selvaggi.
Con uno stentato inglese il team2 fa amicizia con i vicini di posto, tra cui un giovane padre che si divide tra il lavoro nella capitale e la famiglia che vive in un villaggio a 3 ore di treno.
Una volta arrivati a Sükhbaatar, in attesa di ricongiungersi con il team 1, trovano sistemazione per la notte in un originalissimo ed un po’ equivoco albergo degli anni 50, il Selenge hotel.

FINALE DI GIORNATA COMUNE

La cena a base di carne arrosto e verdure in un tipico ristorante mongolo è l’occasione per aggiornarsi sui rispettivi viaggi e per programmare le attività del fine settimana nella capitale mongola. La città che ci vede di nuovo assieme è intitolata a Damdin Sukh, detto Sükhbaatar, padre della Mongolia socialista e padre dell’indipendenza dalla Cina nel 1921. Dopo Gengis Khan è sicuramente il mongolo più apprezzato in questa nazionel.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– La dogana di Kjachta è finalmente aperta 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana, mentre dieci anni fa era aperta solo di giorno e chiusa la domenica.

– Con sopresa scopriamo che il costo dell’assicurazione è diminuito, forse anche per la svalutazione che il Tigrit, la moneta locale, ha avuto nello stesso periodo.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale, Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio

Giorno 55 – Verde Mongolia

9 agosto 2018

Team1: Erofej Pavlovic-Arej (km. 975) – Tot. 18.171

La sveglia del telefono suona ancora nel fuso orario di Vladivostok, quindi un’ora prima. Ci accorgiamo della cosa quando abbiamo già portato le valigie in auto e quindi di fatto partiamo in anticipo rispetto al programma. Ieri sera avevamo deciso di regalarci un’oretta in più di sonno, ma nei fatti questo non è avvenuto. Lasciamo lo sterrato che collega Erofej Pavlovich con la “Avtodoroga P-297” e riprendiamo la marcia verso ovest. Il tratto che affrontiamo oggi è quello che alcuni siti di viaggio inglesi chiamano “Zilov Gap”. Come già raccontato in precedenza fino a quindici anni fa questa parte di strada non esisteva e l’Unione Sovietica prima e la Russia poi erano divise in due. Unica cerniera era la Ferrovia Transiberiana. Nel 1995, un gruppo di motociclisti americani che si faceva chiamare “Moto Enduro”, capitanato da Austin Vince, protagonista di numerose trasmissioni Tv anglosassoni dedicate ai viaggi estremi, fu protagonista  di una singolare avventura. Nel loro giro del mondo in moto decisero che sarebbero riusciti a superare lo Zilov Gap. All’epoca la parte non esistente si limitava ai circa 600 chilometri da Chernyshevsk a Skovorodino. I bikers erano convinti che usando alcune stradine di manutenzione della ferrovia e altri collegamenti nei campi tra i vari villaggi sarebbero potuti in qualche modo passare. Il ragionamento in parte era giusto, ma restavano i circa trenta guadi, di cui almeno due molto più profondi dell’altezza di un uomo, e tutte le zone di fitta vegetazione e altre eternamente acquitrinose e paludose. Il ritmo era di meno di tre chilometri al giorno. La leggenda narra che dopo circa 300 chilometri le moto fossero ormai inutilizzabili e che grazie ai lavoratori di una miniera furono rimesse in sesto. Altri cento chilometri, e i nostri eroi rinunciarono all’impresa caricando le moto sul treno. Peccato che in realtà mancassero solo un paio di valli e poi avrebbero potuto seguire il fiume che passa proprio da Erofej Pavlovic e da lì raggiungere facilmente la strada vera a Skovorodino. Va precisato che la P-297 percorre 2165 chilometri completamente nuovi, evitando di sovrapporsi ai tratti di strada precedentemente esistenti, anzi spesso allontanandosi molto dal precedente percorso.

Nel frattempo i due team della Torino-Pechino riescono a sentirsi telefonicamente e organizzare l’incontro al confine russo-mongolo che avverrà domani tardo pomeriggio. Il fatto che Andrea e Claudia arriveranno in treno a Sükhbaatar definisce l’ultimo dubbio stradale di Guido e Bruno, ovvero da quale confine entrare in Mongolia. La scelta di fatto cade su quello di Kjachta, già attraversato nel viaggio del 2008 e che permette di percorrere molti chilometri in Russia su strada migliore delle piste mongole. Queste ultime non mancheranno di essere protagoniste della parte di viaggio successiva.

In tutte le poche stazioni di rifornimento presenti ci sono file molto lunghe visto che molti automobilisti non possono aspettare quelle successive a cento o duecento chilometri di distanza. Questo fatto ci fa apprezzare ancora di più la presenza del diesel-metano che ci permette di sostare per rifornirci di gasolio ogni 1400-15000 chilometri invece dei consueti 700-800 che il nostro veicolo senza metano avrebbe come autonomia.

La nota di colore più interessante di oggi è il verde imperante in ogni valle che attraversiamo e che caratterizzerà i prossimi giorni in Mongolia. Del resto proprio il verde dei boschi, dei campi, oppure dei pascoli è il colore che domina nel paese mongolo. Durante il viaggio di andata la pioggia e la nebbia disturbarono notevolmente la possibilità di apprezzare il paesaggio, ma oggi il sole e un cielo magnificamente azzuro ci regalano paesaggi spettacolari. Bruno più volte chiede e ottiene il permesso di fare piccole passeggiate nei verdi prati che circondano la strada.

Tra i vari caffè Rosneft e il pranzo a Chernyshevsk, a metà pomeriggio gli oltre 2100 chilometri della P-297 sono finalmente terminati con l’ingresso a Cita e le relative foto commemorative. Un brutto episodio accade nella specie di tangenziale che bypassa la città. In una zona transennata per impedire ai pedoni di invadere la carreggiata riservata alle auto, una signora anziana viene centrata da un motociclista. Va peggio alla signora che termina la propria vita sull’asfalto della tangenziale di Cita. Si tratta del primo incidente mortale a cui assistiamo dopo averne osservati almeno altri quattro dove non c’erano morti e neppure feriti gravi. Il fatto ci turba e ci fa ricordare l’importanza della prudenza in ogni situazione.

Forse è proprio per prudenza che il viaggio di oggi si ferma ad Arej, circa 230 chilometri dopo Cita e meno di 100 dall’altra città, Chilok, che poteva essere l’obiettivo di giornata. I chilometri alla frontiera di domani sono circa cinquecento, percorribili senza problemi per consentire il passaggio del confine nel pomeriggio. L’alloggio nel piccolo albergo lungo la strada non è certo il migliore di quelli dove siamo capitati, idem per il kafé del piano terra, ma la notte incombe e il numero elevato di animali vaganti incontrati nell’ultimo chilometro, in particolare mucche e cavalli, fa propendere per evitare inutili rischi.

Team 2: arrivo a Ulanbator
Il risveglio di Andrea e Claudia all’alba è reso lieto dal panorama fiabesco del deserto del Gobi che scorre sotto le rotaie del treno: mandrie di mucche, cavalli allo stato brado e le yurte, tipiche tende dei nomadi mongoli.
Sono le 9:30 quando il treno entra nella stazione di Ulanbator, molto affollata di gente e mercanzie varie. Dopo un breve confronto telefonico con il capospedizione Guido il team2, considerata positiva l’esperienza dell’appena trascorsa trasferta di 14 ore, prontamente acquista due ulteriori biglietti per raggiungere l’indomani la città di Sükhbaatar, meta definita per il ricongiungimento con il team1.
La giornata ad Ulanbator è dedicata al riposo ed alla visita dei principali siti della città tra cui il tempio di Gandan dove è custodita una imponente statua di Budda alta ben 26,5 metri.
Per la sosta Andrea e Claudia hanno scelto Wonder Mongolia, una graziosa guesthouse nei pressi del centro cittadino.
Ulanbator si conferma una capitale, come dieci anni fa, proiettata al turismo ed agli investimenti esteri. Tanti sono infatti i turisti occidentali incontrati in centro città.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Per la prima volta nella storia di Erofej Pavlovic due turisti, Guido e Bruno, tornano appositamente per dormire e mangiare in questa non ridente cittadina.

Equipaggio del giorno:

Team 1: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale

Team 2: Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio

Giorno 54 – Il bivio che porta nello spazio

8 agosto 2018

Team 1: Birobidzhan-Erofej Pavlovich (km. 1150) – Tot. 17.196

Nella notte è avvenuto un episodio curioso. Premettiamo sempre che Stalin regalò la terra promessa agli ebrei sovietici di fatto destinandoli in una zona paludosa infestata di zanzare lontana dall’Europa. Attorno alle 2.00 della notte Guido si sveglia infastidito da un forte ronzio. Accendendo la luce scopre una scena apocalittica, almeno 50 insetti vivacemente attivi attorno al lampadario nonostante le finestre con le zanzariere chiuse. Dopo la visita di controllo dell’addetto alla reception viene consegnata una camera nuova senza i fastidiosi accessori. Rimane il mistero su come siano arrivate in camera. Il giudizio sull’hotel permane positivo anche per la registrazione del visto fatta senza che l’avessimo richiesta.

Lasciamo Birobidzhan e riprendiamo la marcia verso ovest mantenendo un ritmo sostenuto fino alla penultima città dell’Oblast Autonomo Ebraico, Izvestkovyj, dove ci fermiamo a fare colazione e salutare Vasilij che nel frattempo non ha risolto il suo problema con la poligamia. Poco più avanti, recuperata un’ora di fuso orario rientrando nell’Oblast dell’Amur, incontriamo una serie di tedofori con in mano una torcia simile a quella delle olimpiadi. Si tratta della staffetta della pace Mosca-Vladivostok che la Torino-Pechino del 2008 incontrò dalle parti di Kemerovo. Non comprendiamo se questo evento si ripeta ogni anno, ogni cinque oppure ogni dieci, resta il fatto che è davvero una bella coincidenza rivivere la stessa scena di allora.

Presso la città di Novoburejskij, dove sorge un importante ponte e diga sul fiume che porta lo stesso nome della città, vi è un grande monumento dedicato al completamento della P-297, che ha permesso la circolazione stradale da Mosca a Vladivostok fino a quindici anni fa impossibile. Qui decidiamo di fermarci a fare una foto visto che nel viaggio di andata il piazzale era pieno di camion. Tra le moto parcheggiate ne notiamo una con targa italiana. Sono Alex e Roswitha da Bressanone, impegnati in un quasi giro del mondo per festeggiare la pensione. Sono partiti il primo maggio e vengono dall’Asia centrale dopo aver attraversato Turchia e Iran. Fotografiamo le nostre auto e moto assieme a circa 12.000 chilometri dalla strade italiane.

Poco più avanti avviene, all’economico kafe Tranzit, il pranzo di oggi. La scelta del luogo non è stata casuale. All’andata ci eravamo persi un luogo interessante che sorge molto vicino a dove stiamo mangiando, il nuovo “Cosmodromo Vostochnyj”. Ciolkovskij, città intitolata allo scienziato russo tra i pionieri della cosmonautica, è una zona chiusa ed ospita il nuovo cosmodromo russo che nel lungo periodo dovrebbe sostituire quello storico di Bajkonur per ridurre la dipendenza dalla base ex sovietica oggi in Kazakhstan. In passato, e con un nome diverso, questa era una base missilistica. Naturalmente è impossibile avvicinarsi e ci limitiamo a raggiungere il primo posto di blocco situato a 23 chilometri dalla base. Da segnalare che nessun cartello indica la presenza del luogo che è assolutamente nascosto nella fitta vegetazione della taiga circostante. L’emozione di lasciare per pochi metri la P-297 con la speranza di imbarcarsi per una missione spaziale finisce dopo qualche centinaio di metri davanti a severi cartelli di divieto scritti pure in inglese. Foto di rito con la nostra Hilux a diesel-metano che per il momento non partirà per lo spazio. L’unico modo per vedere da vicino la rampa di lancio è osservare uno dei due lati della nuova banconota da 2.000 rubli.

Ci fermiamo a fare rifornimento di gasolio alla vicina stazione Rosneft dove avviene un cordiale scambio di opinioni sulla nostra auto e sulla vivacità economica che il cosmodromo sta regalando al piccolo paesino. Le dipendenti della stazione di servizio rimangono perplesse per il fatto che Guido non ha la tessera delle loro stazioni di servizio, tra l’altro quelle dove più spesso beviamo il caffè prodotto da una macchina automatica di fabbricazione italiana. Scopriamo solo ora che ogni quattro caffè ci sarebbe in regalo una tazzina. Se lo avessimo saputo appena entrati in Russia a fine giugno oggi avremmo almeno una quindicina di tazzine “Rosneft”!

L’obiettivo di percorrere un massiccio numero di chilometri è appena rallentato dalla pioggia che si alterna a schiarite. Stesso concetto per la radio, quella russa, che funziona solo vicino alle cittadine. Purtroppo quella cinese funziona anche in aperta campagna. Le temperature sono molto più basse del solito e l’arrivo dopo una lunga cavalcata di 1150 chilometri a Erofej Pavlovich avviene senza la presenza del sole. Fortunatamente sappiamo già dove dobbiamo andare e torniamo a dormire al “Fortuna” dove alloggiammo in precedenza. La cena tardiva avviene nell’unico posto aperto notte e giorno, ovvero la mensa del personale della stazione ferroviaria dove con due euro si può fare un pasto completo. Fine serata passeggiando, come tutta la gente del posto, lungo i binari della Ferrovia Transiberiana, osservando come quasi nessun treno passeggeri fermi alla piccola stazione di Erofej Pavlovich.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Nell’Oblast dell’Amur c’è un cosmodromo che prima non c’era. Scusate se è poco…

Team 2

Erenhot – Zamin Uud – treno per Ulanbator

È passata da poco l’alba quando Andrea e Claudia arrivano nella città di Erenhot, dove si fermeranno giusto il tempo per contrattare il miglior prezzo per un passaggio utile a varcare la frontiera e raggiungere la ridente cittadina di Zamin Uud. Il simpatico diciottenne mongolo con il quale viene intavolata una trattativa parla un buon inglese e si definisce un comodo trasferimento in minivan al costo di 60 yuan a testa. A dieci anni di distanza Erenhot si rivela una tipica cittadina di confine, nodo di interscambio di merci prevalentemente dalla Cina verso la Mongolia. Con piacere, a differenza dei cinesi, i mongoli si dimostrano molto più inclini a comunicare con gli stranieri in inglese agevolando non di poco le piccole operazioni della giornata, quali l’acquisto di una sim-card mongola e i biglietti del treno per Ulanbator (24.600 tigrit mongoli pari a circa 8 euro). Sarà la seconda notte consecutiva che i membri del team 2 passeranno viaggiando su un mezzo di trasporto. Il treno, nonostante un aspetto di primo novecento e seppur privo di aria condizionata, ha delle confortevoli e pulite cuccette che renderanno la traversata del deserto del Gobi più agevole rispetto a quella fatta dieci anni da Guido ed Andrea a bordo della mitica Fiat Marea.

Come è cambiato il mondo in 10 anni
– Non è più presente il biliardo nella piazza principale della città che fu tentazione di gioco per Guido ed Andrea durante il precedente viaggio.
– Lo Zamin Uud Hotel ha ricevuto un’importante ristrutturazione e risulta di gran lunga migliore di dieci anni fa; i prezzi per una singola sono passati da 6 a 14 euro a notte.
– Dal finestrino del treno viaggiando in senso inverso rispetto a dieci anni fa abbiamo il piacere di veder scorrere una perfetta strada asfaltata che sostituisce la temibile pista di sabbia che tanto fece penare Guido ed Andrea.

Equipaggio del giorno:

Team 1: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale

Team 2: Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio

Giorno 53 – Ritorno nella “terra promessa”

7 agosto 2018

Team 1: Ussurijsk-Birobidzhan (km 972) – Tot. 16.046

Partenza all’alba per il primo dei tre difficili giorni che dovrebbero permettere alla Hilux di portarsi presso Chita e poi da lì raggiungere il confine mongolo. Le distanze programmate sono quasi proibitive, ma confidando nell’aiuto reciproco Guido e Bruno tenteranno l’impresa. Prima della partenza un ennesimo saluto alla statua del “forestale” russo con in braccio un cucciolo della tigre dell’Ussuri, che assieme al leopardo popola questa zone. La tigre si ripete in tutte le salse, dai cartelli pubblicitari ai nomi dei ristoranti e perfino in una marca di benzina locale. Pausa colazione al “Fort Cement”, l’albergo-ristorante di Spassk-Dalnyj dove non siamo riusciti a dormire ieri sera causa del tutto esaurito. In effetti due bus sono parcheggiati sul piazzale, anche se l’ora è troppo mattutina per incontrarli a colazione. Il caffè non pessimo preparato dalla ragazza del bar accompagna la splendida vista sul cementificio che emana fumi nelle campagne circostanti. Nulla a confronto del panorama del pranzo, in un ristorantino armeno di Lucegorsk. Da qui si vede una immensa centrale a carbone che intossica tutto il circondario. Tubi di ogni dimensione e decine di tralicci elettrici portano in giro per il Primorskyj Kraj l’energia qui prodotta. Anche se dalle descrizioni appena fatte potrebbe non sembrare, in questa parte di Russia la natura è meravigliosa. Questa è una delle poche zone selvagge con clima temperato. Oltre a favorire la già citata presenza di tigri e leopardi, questo aiuta anche le coltivazioni, molto simili a quelle europee: in particolare modo è massiccia la presenza di grano.

Approfittando del fatto che in questo territorio a cavallo tra la regione di Vladivostok e quella di Chabarovsk si succedono numerose cittadine, possiamo ascoltare la radio senza perdere spesso il segnale. Quando si perdono i canali russi, ecco subentrare quelli cinesi, vista la vicinanza con il confine. L’occasione è giusta per riascoltare la classica musica italiana che impazza sulle radio locali. Oltre ad Al Bano e Romina, Riccardo Fogli e Toto Cutugno, oggi per la prima volta ascoltiamo su Radio Vladivostok un pezzo dei Negramaro.

A metà pomeriggio siamo a Chabarovsk e abbiamo già macinato 750 chilometri. Qui è prevista la sosta al punto di rifornimento privato dell’amico Aleksej, che già nel viaggio di andata ci aveva regalato un pieno di metano. Stavolta oltre al rifornimento, che useremo in Mongolia, Aleksej ci permette di fare un controllino alla salute dell’Hilux e cambiare il filtro del metano, usando così il primo ricambio messo a disposizione da Ecomotive Solutions e da Piccini Paolo Spa.

Lasciato il traffico della grande città si varca il lungo ponte sul fiume Amur che dà inizio anche alla temibile strada P-297. L’Amur è carico di acqua ed ha inondato molte zone non abitate nei pressi del suo corso. La differenza del volume d’acqua rispetto ad alcuni giorni fa è impressionante. Il viaggio prende decisamente la direzione occidentale, regalandoci nelle ore serali il sole in faccia basso sull’orizzonte, cosa che certo non aiuta, se sommata alla stanchezza del viaggio. Proprio in queste condizioni avvengono le ultime due ore di guida prima di Birobidzhan, obiettivo della tappa odierna, che ci ospitò anche due settimane fa. Curioso ritornare nel capoluogo dell’Oblast Autonomo Ebraico nonostante avessimo scommesso che difficilmente nella nostra vita ci saremmo potuti tornare.

Il cambio di albergo è d’obbligo dopo il bagno di umidità che facemmo nel viaggio di andata. Stavolta è il turno del vecchio albergo sovietico “Centralnaja”, tuttora noto col vecchio nome di Vostok (“Est”). Invece non si cambia il ristorante, tornando al caffè Felicità che aveva soddisfatto i nostri palati nella precedente visita. Passeggiata notturna lungo il fiume Biri e poi onoriamo il letto del Centralnaja, visto che domani mattina è prevista l’ennesima sveglia all’alba.

Team2: Pechino – strada verso Erenhot
L’ultima mattina a Pechino viene dedicata alla visita del 789 art district, un ex complesso industriale completamente riconvertito ad un’area dedicata all’arte contemporanea. I capannoni di un tempo sono diventati gallerie d’arte e non ci lasciamo sfuggire l’occasione di far visita alla mostra del connazionale Pistoletto attualmente in corso.
Nel pomeriggio, trasferimento alla stazione degli autobus a sud della città da dove partiamo alla volta di Erenhot. L’autobus a cuccette parte in orario dalla stazione per poi fermarsi dopo pochi chilometri per una non ben definita sosta di 2 ore alla periferia pechinese prima di riprendere il viaggio che sembra – ferma restando la capacità di comprensione reciproca – durerà circa 10 ore, con arrivo in mattinata a destinazione.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Anche oggi nel tragitto del team 1 abbiamo notato numerose auto elettriche circolare per strada dove non ci sono stazioni di ricarica veloce. Spesso alla guida ci sono uomini vestiti allo stesso modo come se fossero con la divisa di un’officina o concessionaria. Sembra che le Nissan Leaf che incontriamo vengano dal Giappone attraverso il porto di Vladivostok e via terra raggiungano località non servite dalla Ferrovia Transiberiana.

Equipaggio del giorno
Team 1: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale
Team 2: Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio

Giorno 52 – Giochi con le frontiere

6 agosto 2018

Team 1: Hunchun-Ussurijsk (tratto in auto Kraskino-Ussurijsk 201 km) – Tot. 15.074

Il tempo di una rapidissima colazione ed una non meglio precisata amica di Mr. Wang preleva Guido dall’albergo per accompagnarlo alla stazione di confine tra Cina e Russia. Per questa missione non viene chiesto alcun compenso, cosa abbastanza strana da queste parti. Guido viene lasciato davanti al cancello che aprirà alle 8 del mattino dell’ora di Pechino, corrispondente alle 10 di Vladivostok. Questo significa che perderà, anche nella migliore delle ipotesi, almeno due ore. Alla fine del percorso di attraversamento le ore perse saranno ben otto… L’attesa è allietata dall’alzabandiera cinese e una serie di canzoni nella lingua locale, tra cui si riconoscono le melodie di “Bella Ciao” e de “L’internazionale”.

Il primo atto è una parziale ripetizione del problema di martedì scorso sull’altro lato del confine: “A piedi non si può entrare”, spiega mimando il soldato cinese di guardia. Infatti la regola prevede che l’unico mezzo con cui si può passare il confine è l’autobus. La prima corriera si presenta puntuale in frontiera, ma è netta anche la risposta alla richiesta di salire a bordo. “Sold out” viene ripetuto riguardo ai primi dodici autobus. Due ore dopo Guido riesce a salire sul tredicesimo, pagando la bellezza di 190 yuan, pari a circa 25 euro, ottenendo in cambio anche l’animazione nel bus e l’assistenza per compilare i moduli di confine. Tutto in cinese, naturalmente. Cina e Russia sono ai primi posti nel mondo nel riuscire a burocratizzare tutto, forse anche per questo la fila dei bus scorre a rilento in una dogana aperta appena otto ore al giorno, senza pausa pranzo, come recitano i cartelli. Mentre noi siamo a cavallo del confine in attesa che i russi alzino la sbarra, dalla stazione di frontiera cinese arrivano turisti, accompagnati da militari, per fare foto sulla linea di confine assieme al cippo che segnala dove finisce la Cina e inizia la Russia. Qualcuno si spinge a salire sulla linea rossa disegnata nell’asfalto che in teoria non dovrebbe essere superata.

Finalmente siamo nella parte russa del confine, dove Guido gioca in casa e non solo perché riesce a capire qualcosa di più rispetto al cinese. Si presenta al cospetto degli stessi doganieri protagonisti dei fatti legati al primo transito da qui, e sorprendentemente tutti manifestano interesse sul come sia andato il nostro viaggio fino a Pechino. C’è cordialità e forse anche un pizzico di dispiacere per aver costretto il nostro viaggio a modificare l’itinerario. Una doganiera di grado maggiore prende Guido in disparte e mostra una cartina con tutti i posti di confine della regione, confermando l’attuale chiusura alle auto anche di quelli fluviali. Viene mostrata, a circa cinquanta metri dalla attuale strada per i bus, la struttura semi-abbandonata che serviva al traffico automobilistico quando era permesso. Viene confermata la probabile riapertura in vista della estate 2019.

Di fatto questo gioco con gli autobus è un business notevole. Considerando i 25 euro a testa da entrambi i lati e il numero di passeggeri giornalieri si capisce chi spinga a mantenere lo status quo di una decina di luoghi come questo. Tutti i turisti cinesi e russi che varcano il confine sono costretti a farlo con questo sistema, arricchendo chi gestisce il traffico dei bus.

Lasciando la dogana notiamo che sono fermi prima della sbarra che separa la Russia dall’area di confine sei fuoristrada con targa cinese che si trovano nella stessa situazione capitata a noi. Vengono dal confine di Zabajkalsk-Manzhouli, l’unico al momento aperto al traffico veicolare. Dopo aver girato attorno a tutta la Manciuria saranno costretti a rifarsi tutto il percorso a rovescio o imbarcare i veicoli a Vladivostok. Pazzesco che non siano stati informati di questo neppure alla loro frontiera di ingresso tra Cina e Russia.

A causa del fuso orario il festoso ricongiungimento tra Guido e Bruno avviene a metà pomeriggio. Il tempo di recuperare il nostro amato veicolo nel caro parcheggio dell’albergo, cambiare denaro e sistemare i bagagli e siamo pronti a partire evitando di investire il migliaio di cinesi che popolano Kraskino in attesa che un nuovo pullman, dopo quello del confine, li porti fino a Vladivostok. Ancora con l’ausilio del diesel-metano percorriamo rapidamente i circa duecento chilometri che ci separano da Ussurijsk, sede odierna di tappa. L’Hotel Nostalgy ci rivede dopo appena dodici giorni e siccome l’ospitalità e la cena furono buone abbiamo pensato di ripetere l’esperienza, utile a rimettere in ordine le idee in vista delle prossime lunghe giornate. Avevamo valutato di raggiungere, circa cento chilometri più avanti, l’interessante Hotel Fort Cement a Spassk-Dalnyj, ma il rischio di non trovare posto ci ha fatto desistere. Il problema principale dei prossimi giorni sarà, oltre che gestire le energie, anche trovare posti per dormire nei rari hotel lungo il percorso. L’unico reale vantaggio di aver percorso questa strada due settimane prima è conoscere gran parte di quello che ci aspetta.

Team 2: Pechino
Dopo aver invocato aria fresca per una settimana circa, una leggera pioggia inaugura la penultima giornata pechinese, quella che da programma doveva essere dedicata alla visita della Grande Muraglia, una delle sette meraviglie del mondo. Dopo qualche momento di esitazione, i componenti del team 2, Andrea e Claudia, decidono ugualmente di affrontare le circa tre ore di spostamenti che li separano dal sito turistico, pur non sapendo se le condizioni meteorologiche consentiranno loro di godere appieno dell’escursione. Fortunatamente, il cielo nuvoloso non impedisce la visione del “gigantesco Drago” che si snoda per oltre sei mila chilometri lungo quello che un tempo era il confine settentrionale dell’impero. La visione è senza dubbio spettacolare, nonostante il sito scelto per l’escursione, quello di Badaling per l’esattezza, sia uno dei luoghi più affollati del pianeta! L’area è meta soprattutto di un turismo locale, ma nonostante le migliaia di persone e qualche inevitabile fila, l’organizzazione degli spostamenti con mezzi pubblici risulta molto economica ed efficiente, con autobus che collegano Pechino e Badaling in partenza a ciclo continuo.

Al rientro in città, Andrea e Claudia incontrano per l’ultima volta Mr Wang, che li supporta nell’acquisto dei biglietti dell’autobus che l’indomani li porterà al confine fra la Cina e la Mongolia, un viaggio di circa dieci ore fino alla cittadina di Erenhot. Da qui, il nostro team 2 proseguirà il giorno successivo verso la capitale Ulanbator.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– A Kraskino il flusso di cinesi ha portato ricchezza. Per un paese di appena tremila abitanti l’apertura del confine ha permesso la nascita di posti per dormire, per mangiare, negozi improbabili di cose russe in vendita per cinesi, taxi, autobus ecc…

Equipaggio del Giorno:

Team 1: Guido Guerrini e Bruno Cinghiale

Team 2: Andrea Gnaldi e Claudia Giorgio

Giorno 51 – Comincia il viaggio di ritorno

Team 1: Pechino-Hunchun

Nella giornata che ricorda il decimo anniversario del nostro ingresso in Cina con la Fiat Marea a gpl nel viaggio che ci portò alle Olimpiadi del 2008, avviene l’impegnativa e poco piacevole sveglia alle 4.45.

Tutto ciò per avere il tempo necessario di raggiungere in taxi la stazione ferroviaria centrale da dove parte l’unico treno giornaliero con destinazione Hunchun. Abbandonare il confortevole letto del Mercure Hotel per andare a fare file lunghissime, pure di domenica, nella affollata stazione di Pechino non è affatto un buon inizio di giornata. Curioso che questo treno che porta essenzialmente ad un posto di confine russo e un altro nordcoreano sia strapieno di gente. Naturalmente non si tratta di gite domenicali fuori porta, ma persone che con ogni probabilità prenderanno altre coincidenze per raggiungere città della lontana Manciuria.

Questa galoppata ferroviaria di circa dieci ore è necessaria per fare in modo che domani mattina Guido riesca a rientrare in Russia, impossessarsi della Hilux e riprendere a macinare chilometri verso quella che è la nuova avvincente destinazione: la Mongolia. Attraversare le verdi valli e i deserti di questo Paese da est ad ovest non è affatto facile vista la condizione delle strade e la mancanza di stazioni di rifornimento se non nella zona della capitale Ulan Bator. La nuova scommessa è riuscire a tagliare la Mongolia da parte a parte appoggiandosi al solo rifornimento di gasolio della capitale. L’uso del metano per aumentare l’autonomia del veicolo ci consentirà di percorrere un distanza impossibile per le normali auto monocarburante senza bisogno di portarsi con noi taniche di scorta.

Dopo circa dieci ore di viaggio Guido è arrivato ad Hunchun ripetendo nelle ultime due ore di viaggio l’interessante osservazione dal finestrino del fiume che divide la Cina e la Corea del Nord.

Se lunedì scorso questo arrivo fu contraddistinto da temperature altissime, stavolta piove e fa addirittura leggermente freddo.

Un economico taxi locale permette il raggiungimento dello stesso hotel dal nome impronunciabile (forse “Sgiu Tsia”) dove assieme a Mr.Wang avvenne il soggiorno nella prima notte cinese. Le scritte in russo, che accompagnano il cinese in questa città di confine, aiutano Guido nel trovare un luogo per mangiare. La temperatura si è molto abbassata rispetto ai giorni precedenti e questo favorisce una piacevole passeggiata per digerire l’ultima cena cinese e allo stesso tempo conciliare il sonno visto che anche domani la sveglia sarà piuttosto mattiniera.

E intanto a Pechino…

Team 2: Pechino

Mentre Guido comincia il suo viaggio verso la Mongolia lungo la strada russa, Andrea e Claudia hanno la possibilità di godersi le meraviglie di Pechino per ancora due giorni prima di iniziare il loro viaggio di ricongiungimento con Guido. I due membri della spedizione Torino-Pechino raggiungeranno la Mongolia con autobus e treni per poi aspettare il capospedizione nei pressi del confine con la Russia.

La giornata pechinese trascorre piacevolmente tra i sentieri del complesso imperiale del Palazzo d’Estate, dove gli imperatori solevano rifugiarsi durante i mesi più caldi per sfuggire all’afa della Città Proibita. Anche Andrea e Claudia, seguendo l’esempio degli illustri abitanti della città imperiale, si dedicano alla scoperta del parco e delle sue bellezze architettoniche e paesaggistiche, senza però riuscire a vincere l’implacabile calura pechinese. Al ritorno, un nuovo incontro con Mr Wang dedicato alla pianificazione degli spostamenti verso la Mongolia. Purtroppo, i treni diretti a Erenhot, l’ultima città cinese sul confine mongolo sono già pieni per i prossimi tre giorni, per cui opteranno per un lungo spostamento in autobus.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– L’espansione della rete ferroviaria di alta velocità seguo lo stesso ritmo di quella stradale. I “treni veloci” cinesi raggiungono ormai qualsiasi angolo della Cina essendo capaci di coprire 1500 km in meno di dieci ore e garantendo comunque un numero elevato di fermate. Rispetto all’esperienza italiana possiamo costatare anche un prezzo del biglietto molto più basso e alla portata della gente.

Equipaggio del giorno:

Team 1: Guido Guerrini

Team 2: Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio, Mr.Wang II

Giorno 50 – La grande decisione sotto l’ombra di Mao

4 agosto 2018, Pechino.

Dopo la consueta ricca colazione al Grand Mercure Hotel, arriva finalmente una mezza giornata da dedicare al turismo. Si comincia con una calda, ma fortunatamente ventosa, passeggiata in Piazza Tian’Anmen, la piazza pubblica più grande del mondo (ben 440.000 mq) racchiusa tra la Porta d’ingresso alla Città Proibita, dove campeggia una gigantografia di Mao Zedong, e il mausoleo a lui dedicato, meta di pellegrinaggio di milioni di cinesi e non, che con code incessanti vi si recano per rendergli omaggio.

Anche noi, armati di buone intenzioni, ci incamminiamo di buon’ora dal nostro albergo per tentare quello che già dieci anni fa non ci era riuscito. Purtroppo, anche questa volta, per una erronea informazione sugli orari di apertura e chiusura, manchiamo di pochi minuti l’agognato obiettivo, e dinnanzi a noi ritroviamo l’invalicabile cancellata metallica e umana, che nonostante le nostre suppliche, ci nega perentoriamente l’accesso al Mausoleo. Non resta che accontentarci di una foto ricordo davanti la Porta Celeste e ripiegare sulla Città Proibita e il vicino Parco Beihai, località molto suggestiva attorno ai laghi Houhai, dove ci concediamo una bella passeggiata fra salici piangenti e acque solcate da imbarcazioni curiose a forma di papere gialle e ricoperte da fiori di loto. Il parco Beihai, fra l’altro, sorge sul sito dove un tempo si ergeva il palazzo di Kublai Khan, il noto imperatore presso la cui corte soggiornò Marco Polo. Proviamo ad immaginarci il giovane mercante veneziano passeggiare nel cortile di questo palazzo.

Dopo un pasto veloce nell’unico punto di ristoro nel parco, a base di ravioli a vapore ripieni di carne e cavolo cinese, ci incamminiamo verso il nostro albergo, non prima di aggiungere alla lista dei mezzi di trasporto adoperati nel corso del viaggio anche una breve traversata del lago su una singolare pagoda a motore.

Alle 16.00 ci attende la riunione nel nostro albergo con Mr Wang. In questa occasione dobbiamo prendere la decisione definitiva relativamente al nostro viaggio e concordare la parte economica che l’agenzia cinese dovrà restituirci per il mancato prosieguo del viaggio. Per quanto riguarda il primo aspetto è deciso che Guido recupererà l’auto in Russia e tornerà verso il centro Asia attraversando da est ad ovest la Mongolia. Andrea e Claudia, più vicini al paese mongolo e senza dover recuperare l’auto, aspetteranno Guido presso il confine tra Russia e Mongolia. In questo modo Guido non percorrerà in solitaria la difficile traversata est-ovest del Paese di Gengis Khan e Andrea e Claudia vivranno comunque una interessante avventura nel dover farsi con i mezzi pubblici un lungo e impegnativo viaggio. La parte economica non regala particolari soddisfazioni visto che la parte più cospicua del pagamento non potrà tornare indietro. Del resto la nostra Hilux ha comunque una immatricolazione cinese nonostante non abbia realmente circolato negli ultimi chilometri prima di Pechino. Con buonsenso troviamo un buon accordo su quella parte di servizi di cui non abbiamo usufruito. Alla fine l’operazione cinese è costata come sempre molto, ma con la parte recuperata possiamo coprire l’aggravio di spese del nuovo viaggio in Mongolia.

Qualche ora di relax nel comodo albergo e poi arriva il momento di vivere l’ultima serata assieme in giro per Pechino. Su sapiente suggerimento di Mr.Wang, sempre molto pronto a risolvere i problemi attorno alle questioni legate al cibo, raggiungiamo non lontano dal nostro albergo il ristorante Hua’s, specializzato nella preparazione dell’Anatra alla Pechinese. All’ingresso del locale c’è una interessante galleria di personaggi importanti che hanno desinato in questo luogo. Nella sezione dedicata ai politici, tra Re, Presidenti o Primi Ministri, non poteva mancare una figura italiana. Tra tutti coloro che potevamo aspettarci di trovare, non ci aspettavamo certo l’onore di poter mangiare nello stesso locale dove si è seduta qualche anno prima Agnese Renzi. Per il resto il cibo era buono e la spesa contenuta, entrambi aspetti positivi per l’ultima cena in compagnia di tutta la delegazione cinese della Torino-Pechino. Il brindisi di buon auspicio è rivolto alla speranza di incontrarci tra circa una settimana ad est di Ulan Bator.

Concludiamo non troppo tardi la serata visto che il treno che porterà Guido di nuovo ad Hunchun partirà dalla stazione di Pechino alle 6.30 della mattina.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– In linea con il resto del mondo i prezzi a Pechino sono decisamente aumentati con la sorpresa di pagare anche l’ingresso in alcuni dei parchi cittadini.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio, Mr.Wang II

Giorno 49 – Pechino ringrazia Torino. La Mongolia dice sì al nostro passaggio.

3 agosto 2018, Pechino.

Colazione di buon’ora per avere tempo ed energie per affrontare la nuova calda giornata che abbiamo davanti. Il primo incontro è già alle 8.00 all’interno del nostro albergo con Mr.Wang con il quale dobbiamo definire i dettagli della strategia odierna. Tra le varie cose emerge che se confermassimo la nostra intenzione di non rientrare in Cina una seconda volta da un altro valico stradale, la cifra che risparmieremmo è di appena mille dollari su circa settemila spesi per pratiche burocratiche per immatricolare l’auto in Cina. Il tutto si giustifica con il fatto che le pratiche sono state comunque portate avanti e i soldi in questione depositati presso gli enti competenti.

Il secondo scoglio da affrontare è la richiesta di visto per la Mongolia, comunque utile per il prosieguo del viaggio. Troviamo massima collaborazione nel personale diplomatico della piccola ambasciata e di fronte al pagamento di circa 80 dollari a testa ci viene promesso che il visto sarà pronto per il pomeriggio.

Il passaporto fermo dai diplomatici mongoli impedisce di far partire una eventuale richiesta di visto russo da parte di Andrea e Claudia. Ci sarà tempo fino a lunedì per valutare la strategia e come e se affrontare l’eventuale richiesta di visto per la Russia.

Nel frattempo Guido acquista il biglietto ferroviario che nella giornata di domenica lo riporterà ad Hunchun, con l’obiettivo di superare di nuovo il confine russo e tornare a recuperare l’auto nel parcheggio di Kraskino lunedì mattina.

Nella tarda mattinata e con due ore di ritardo sull’agenda mattutina, l’equipaggio della Torino-Pechino incontra ufficialmente i rappresentanti del settore turistico della città di Pechino. Assieme a Minna Lian, già protagonista dell’incontro del 2008, siedono al tavolo con noi i signori Wen Wei e Zhenyu Zhang. Raccontiamo lo scopo del nostro viaggio, della bontà del sistema dual fuel con il diesel-metano e tutte le vicende che ci hanno portato fino alla capitale cinese. Consegniamo i doni della città di Torino tra cui la lettera di saluto della Sindaca Chiara Appendino e del Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci, una medaglia commemorativa del nostro viaggio e la bandiera ufficiale del Comune di Torino. Riceviamo in cambio tre pacchi contenenti un thermos per thè, una chiavetta usb e una batteria di emergenza per dispositivi elettronici. Il tutto avviene nella massima cordialità.

Pausa pranzo molto occidentale visto che per velocizzare i tempi dell’ennesima impegnativa giornata testiamo, senza grandi soddisfazioni, il Mc Donald’s cinese a due passi dal nostro albergo.

Il pomeriggio lo trascorriamo interamente nel quartiere delle ambasciate con prima il ritiro con successo del visto che ci autorizza ad entrare in Mongolia e poi con la programmata visita all’ambasciata italiana. La decisione della Mongolia di permettere il nostro passaggio apre nuove prospettive all’itinerario di ritorno interamente da riorganizzare.

L’incontro con i nostri connazionali nasce grazie al fatto che nelle ultime settimane dalla nostra sede diplomatica di Pechino abbiamo avuto messaggi di sostegno per la nostra avventura. Grazie all’interesse dei funzionari che si occupano dell’ufficio economico e commerciale, tra cui Emanuele De Maigret e Luca Fraticelli, abbiamo l’opportunità di illustrare il progetto Torino-Pechino permettendo anche ai nostri principali sponsor di avere la giusta visibilità, grazie alla brochure che racconta le loro storie. All’incontro partecipa anche Eugenio Poti che si interessa al nostro problema burocratico spiegandoci quali mosse possiamo fare per un eventuale ritorno a Pechino in auto nella prossima settimana. Consegniamo due regali alla nostra ambasciata: il gagliardetto ufficiale della città di Torino e una bottiglia di vino toscano “43°” prodotto dall’azienda agricola Tenute Nardi in collaborazione con le Officine della Canonica e messo a disposizione dagli amici Filippo ed Emanuele Nardi. Ci vantiamo del fatto che probabilmente dai tempi di Marco Polo, nessun regalo italiano sia più arrivato in Cina via terra!

Con la promessa reciproca di tentare di rivedersi presto nella capitale cinese e con le doverose foto di rito, salutiamo tutti coloro che ci hanno ospitato in questo incontro.

Serata passeggiando in un quartiere non lontano dal nostro albergo e nei pressi del Tempio dei Lama. Qui, ancora una volta immersi negli Hutong, scoviamo un piccolo birrificio artigianale. La cena è più europea che cinese, ma in compenso la birra è davvero buona. Passeggiando rientriamo in Hotel consapevoli che domani, finalmente, potremo fare anche un po’ di turismo nell’attesa di ulteriori notizie e relative decisioni sul prosieguo del viaggio.

 

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Il già accennato miglioramento ecologico di Pechino è dovuto sicuramente ad un concorso di fattori. Noi abbiamo notato più cose: la maggior parte degli autobus è alimentato a metano e nelle stazioni di servizio cittadine pare che non si trovi più il gasolio, poiché, almeno a Pechino, il gasolio è stato completamente bandito negli ultimi tre anni. Molto presenti anche i motorini elettrici – silenziosissimi – in tutta la città.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio, Mr.Wang II

 

Giorno 48 – Grandi consultazioni nell’afa di Pechino

2 agosto 2018, Pechino.
Il racconto di oggi inizia da una dinamica scaturita nella notte precedente. Dopo l’arrivo al Grand Mercure Hotel e dopo le prime consultazioni su cosa fare dal giorno successivo, è emerso un problema: non c’era una stanza disponibile per Guido, arrivato a Pechino con un giorno di anticipo rispetto al programma definito in precedenza. Non è possibile correggere la prenotazione e una camera di livello “deluxe” risulta essere troppo costosa. Questo costringe il capospedizione a trasferirsi in un ostello a circa due chilometri dal Mercure Hotel. Per effettuare il viaggio improvvisiamo la chiamata di un taxi lungo la strada. Si ferma un giovane alla guida di un’auto privata che invita il capospedizione a salire a bordo per recarsi all’ostello convenuto. La saggezza dell’esperto viaggiatore porta a definire il prezzo in anticipo e viene concordato un troppo economico 16 yuan cinesi. All’arrivo al luogo desiderato la cifra diventa 110 yuan a causa dell’orario, del quartiere periferico (non vero!) e di altri elementi non chiari. Il povero tassista semiabusivo non ha capito di avere a che fare con un uomo fortemente provato dai due giorni precedenti e pronto anche all’omicidio pur di andare a dormire in tempi brevi. Dopo una breve discussione e una finta telefonata in inglese alla polizia, il tassista cede e si scende a 40 yuan per la corsa. Guido rinuncia ad ulteriori discussioni e si incammina al suo posto letto nella camerata da otto persone refrigerata, anche troppo, da un potente condizionatore. Al mattino nuovo disguido con un altro tassista, stavolta ufficiale: indicare “Grand Mercure Hotel” senza sapere che della stessa catena a Pechino ne esistono più di uno può portare il tassista ad andare in quello sbagliato. Così è, e non vale nessuna delle considerazioni sulla strada troppo lunga che Guido ha cercato di fare al conduttore di taxi in grado di parlare e capire solo il cinese. Per fortuna rimette in ordine la situazione il personale dell’albergo e con un ennesimo taxi che attraversa l’afa mattutina di Pechino tutto torna a posto.
In albergo Claudia e Andrea hanno dormito senza problemi e alle 11.00 comincia il lungo incontro-riunione con Mr. Wang. L’unica decisione effettiva presa è che non tenteremo un secondo ingresso in Cina da un altro confine. Il viaggio proseguirà percorrendo le strade degli altri paesi fino a raggiungere, come da programma, l’Asia centrale. A questo proposito è necessario comprendere quali percorsi burocratici possono permetterci di ottenere un visto per tutto l’equipaggio per la Mongolia ed eventualmente per la Russia relativamente ad Andrea e Claudia.
Con un caldo micidiale e una altrettanto fastidiosa umidità, ci trasferiamo al quartiere delle ambasciate dove raccogliamo le informazioni necessarie per ottenere un visto per il paese di Gengis Khan. Più tardi comincia un lungo balletto stradale, con l’uso di più mezzi pubblici, per trovare il centro visti russo. Arriviamo a destinazione, dopo anche una lunga camminata a piedi, alle 15.33, 180 secondi dopo la chiusura del centro visti. Il cinese addetto alla sicurezza, vagamente somigliante ad Alvaro Vitali, ci nega l’ingresso. Fortunatamente nello stesso momento escono dei russi che invitano il nostro “Pierino” a farci passare. Grazie a questo fortuito piacere siamo in grado di trattenerci a parlare per oltre due ore con due addette del centro, prima una cinese molto disponibile ad aiutarci avendo capito la nostra situazione e poi una russa che ci trasmette una ottima impressione.

La giornata di domani sarà decisiva visto che proveremo a presentare le richieste ufficiali di visto sia per la Mongolia che per la Russia. Il risultato di questo lavoro, soprattutto la definizione dei tempi di rilascio, permetterà di determinare l’itinerario di ritorno della Torino-Pechino e se Andrea e Claudia potranno in qualche modo supportare Guido nel prosieguo della spedizione. Allo stesso tempo le nuove dinamiche in atto potrebbero permettere al viaggio di assumere una ulteriore e interessante dimensione avventurosa, visto che le strade che dovranno essere percorse, sia in Mongolia che in Siberia, sono ricche di paesaggi e storie molto interessanti.

Quando rientriamo in albergo è già tardo pomeriggio. La giornata è trascorsa senza neppure lasciarci il tempo per pranzare. Decidiamo di alleggerire la pressione a cui siamo sottoposti fidandoci dei consigli della guida Lonely Planet, che in passato ci ha risolto positivamente più di una situazione. Ceniamo al Dàli Courtyard, un piacevole hutong, ovvero una casa tradizionale della vecchia Pechino con corte interna. Lo chef propone giornalmente piatti della tradizione della regione dello Yunnan, speziati con la giusta delicatezza. Caratteristica di questo ristorante è l’assenza del menù, visto che il già citato chef “impone” le proprie scelte ai clienti, sottraendo a questi ultimi l’annoso problema di decifrare gli ideogrammi che descrivono le pietanze. Soddisfatti per la degustazione di cibi avvenuta, rientriamo in albergo sottoponendoci ad una ulteriore riunione per definire i dettagli della giornata chiave di domani.

Come è cambiato il mondo in dieci anni

– Pur confermando una vistosa presenza di smog, Pechino in dieci anni ha fatto dei notevoli miglioramenti relativamente all’inquinamento urbano. La strada è ancora lunga, ma i progressi non sono di certo terminati.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Andrea Gnaldi, Claudia Giorgio, Mr.Wang II