22 luglio 2018, Birobidhzan-Chabarovsk (188 km) – Tot. 13.706
Nonostante una forte umidità presente nelle nostre stanze, riusciamo a concludere una lunga dormita nell’ennesima angusta sistemazione che ci ospita. Abbandoniamo l’alloggio attorno a mezzogiorno e ritorniamo nel cuore di Birobidzhan per la visita alla sinagoga e al centro culturale-museo dedicato alla storia di questo luogo. Il complesso si trova non lontano dalla stazione ferroviaria ed è moderno. La maggior parte delle tracce rimaste dei novanta anni di ebraismo in questa terra sono visibili all’interno della piccola esposizione museale, che ospita oggetti e giornali originali degli anni ‘20, ‘30 e ‘40 del secolo scorso. Come abbiamo raccontato ieri, la migrazione degli ebrei, che vivevano principalmente in Bielorussia e Ucraina, cominciò nel 1927, incoraggiata dallo stato sovietico che aveva bisogno di coloni che presidiassero la lunga frontiera cinese
e facessero nascere città lungo la Ferrovia Transiberiana. Nel corso dei primi anni circa 40.000 persone arrivarono qui con il mito della possibilità di creare una entità autonoma ebraica all’interno dell’Unione Sovietica, cosa che avvenne nel 1935. Le condizioni di vita in questo luogo non erano delle migliori. La zona era paludosa ed edificare la città non fu semplice. Se a questo aggiungiamo i rigori dell’inverno si può facilmente capire perché molti di loro nei decenni successivi abbandonarono la regione. Il colpo di grazia avvenne con la caduta dell’Urss e con la possibilità per molti ebrei di espatriare in Israele. Da quel momento la comunità locale si è ridotta ad un numero marginale e desta in noi ammirazione vedere che viene mantenuta aperta una scuola dove si può imparare l’yiddish, che almeno sulla carta è la seconda lingua ufficiale dell’Oblast’ Autonoma Ebraica.
Il richiamo della domenica italiana ci porta a concederci un piatto di pasta, sempre al “Felicità”, assolutamente non all’altezza della situazione e delle aspettative che avevamo. Riprendiamo il viaggio verso l’Oceano Pacifico e verso la città di Chabarovsk, facile obiettivo di giornata e lontano meno di 200 chilometri da Birobidzhan. La P-297 è ormai tornata ad essere una stradina che attraversa villaggi e questo alza molto i tempi di percorrenza. Tornano anche i fitti autovelox e la polizia pronta a sanzionare gli autisti indisciplinati. Pochi chilometri prima di Chabarovsk, in concomitanza con l’attraversamento del grande fiume Amur, chiudiamo la nostra esperienza ebraica per entrare nel Kraj (territorio) di
Chabarobsk. L’Amur per gran parte del suo corso segna il confine con la Cina costituendo un punto di contatto importante per commercio e contrabbando. Se d’estate la massa d’acqua è attraversabile solo con barche, d’inverno grazie al ghiaccio diventa una autostrada per trafficanti di ogni cosa possibile tra Cina e Russia. Con questa vasta ansa l’Amur svolta verso nord andando a sfociare molto lontano da qui, mentre il confine con la Cina prosegue lungo l’affluente Ussuri. Molte delle cose che conosciamo relative al fiume Amur sono legate alla lettura di “Buonanotte Signor Lenin” di Tiziano Terzani. Lo scrittore toscano si trovava in navigazione lungo l’Amur durante il golpe dell’agosto del 1991 e riuscì a vivere in una posizione giornalisticamente privilegiata tutto il calvario che portò a fine anno alla dissoluzione del più vasto paese del mondo.
Troviamo un piacevole alloggio alla periferia est di Chabarovsk dove decidiamo di trascorrere due notti per poter visitare con la massima tranquillità l’importante città. Questo sarà il luogo dove dormiremo più ad est dell’intero viaggio, visto che da domani la strada oltre che in direzione sud piegherà anche verso ovest. Serata casalinga a base di pelmeni comprati al negozio vicino casa. Serve riposo per gestire al meglio le energie in vista degli ultimi 750 chilometri per raggiungere Vladivostok e l’Oceano.
Come è cambiato il mondo in dieci anni?
– Dieci anni fa la soluzione dell’alloggio temporaneo in un appartamento privato era poco in uso. Basta pensare che nell’intero viaggio del 2008 potemmo adottare questa soluzione soltanto una volta.
Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale
un’ora avanti passando a +8 dall’Italia e +7 da Mosca. Finisce l’oblast dell’Amur per lasciare spazio ad una delle entità geografiche più curiose della Russia. Entriamo con le consuete foto di rito nell’Oblast’ Autonoma Ebraica, una terra caratterizzata da una storia molto interessante che racconteremo più avanti. Da questo momento la strada P-297 ricomincia ad attraversare i piccoli paesi e di conseguenza ad aumentare le possibilità di consumare un pasto. Nei pressi del paesino di Izvestkovyj ci fermiamo in un desolato kafè dove incontriamo il titolare Vasilij, 71 anni, che oltre ad offrirci vodka che gentilmente rifiutiamo ci racconta il suo sogno di diventare poligamo, oltre che manifestare amicizia e simpatia verso l’Italia. Dopo giorni che ci siamo sentiti trattare come spie o come pericolosi terroristi, l’amicizia di Vasilij è un buon segnale di ritorno ad una situazione più normale per gli stranieri.
Ancora due ore di strada in mezzo alle solite valli e fitta vegetazione ed arriviamo a Birobidzhan, capoluogo amministrativo della regione. Qui ci aspetta l’ennesimo curioso alloggio prenotato via booking. Finiamo in una specie di piano interrato e ci dividiamo in due stanze, una doppia che può essere definita normale ed una singola della grandezza di due metri quadri. L’abbiamo misurata. Dopo essersi rilassati andiamo a fare turismo in questa eccentrica città dove i nomi delle strade e molti cartelli stradali sono scritti in russo e in yiddish. Sul piazzale della stazione ferroviaria, giusto per dare il benvenuto a coloro che arrivano in treno, praticamente tutti tranne noi, c’è una “menorah”, il tipico candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica. Poco oltre si incontra un curioso monumento a forma di carretto trainato da un cavallo con a bordo due dei primi coloni di origine ebraica che arrivarono qui nel 1927 con la speranza di poter contribuire allo sviluppo e
crescita della “terra promessa”. La scelta di questa area da colonizzare non arrivava dai libri sacri della religione ebraica, ma semmai da Stalin e dal sistema di potere sovietico desideroso di popolare queste delicate aree al confine con la Cina. La parte interessante della città è raccolta tra la stazione e il fiume Bira che assieme all’affluente Bidzhan danno il nome alla città. Naturalmente non manca la statua di Lenin, il Parco dedicato alla Grande Guerra Patriottica, un bel lungofiume e addirittura un monumento, non in buone condizioni, che sancisce l’amicizia tra la Russia e la davvero vicina Cina. Guardiamo velocemente anche il centro culturale ebraico e la vicina sinagoga, dato che occuperemo tempo per visitare questo complesso e il relativo museo che racconta la storia di questo territorio nella giornata di domani.
Come ieri, attorno alle 12.30 dell’orario italiano ci colleghiamo per una diretta con gli amici di EcoFuturo con i quali facciamo il punto della situazione relativa al nostro viaggio. A seguire, dopo giorni di pasti difficili e spesso senza la possibilità di scegliere, sentiamo il bisogno di andare alla pizzeria Felicità, non lontana dalla stazione ferroviaria e non gestita da italiani. La pizza è poco simile a quella “made in Italy”, ma le foto nelle pareti sono tutte di città e personaggi della nostra Penisola. Rientriamo nelle nostre stanze prima del consueto per cercare di riposare il maggior tempo possibile. Come è cambiato il mondo in dieci anni?
Il paesaggio continua a regalarci scenari simili alle valli del nostro Appennino con l’alternarsi di alture e pianure. Numerosi i laghi e i fiumi che incontriamo. Dopo altri 150 chilometri dal rifornimento di gasolio troviamo un’altra oasi di vita dove c’è il kafè “777”, un piccolo albergo, un’officina per camion e addirittura una piscina. La cosa più sorprendente sono i bagni pulitissimi in muratura a 10 rubli per ogni utilizzo. Pranzano con noi anche gli autisti di un camion che sorpassiamo da almeno due settimane lungo il nostro itinerario, oltre ad un’auto con roulotte che osserviamo da alcuni giorni. Simpatica la scena di un gigantesco camion che trasporta da chissà quale
villaggio alcune mamme con bambini diretti alla piscina. Ci abituiamo agli ormai consueti verdi e piatti scenari che attraversiamo nelle lunghe ore all’interno del nostro veicolo. Oggi dobbiamo tassativamente fermarci prima del previsto visto che alle 12.30 dell’orario italiano, che corrispondono alle nostre 19.30, abbiamo il videocollegamento con Ecofuturo, il festival dedicato alle innovazioni ecologiche in svolgimento a Padova fino al 22 luglio. Per questo scegliamo un luogo di sosta lungo il nostro percorso e senza avventurarsi all’interno della città di Belogorsk, dove una strada alternativa si separa in direzione Cina. Molto “divertente” la scenetta con la padrona del piccolo albergo che ci ospita, dato che minaccia di chiedere un intervento della polizia se non spostiamo la nostra auto dalla strada che abbiamo scelto per il collegamento con Ecofuturo, troppo
vicina al suo hotel. Ancora un volta in questa zona geografica di Russia capiamo che la popolazione locale non vede spesso il transito di stranieri, all’infuori dei cinesi. Ci adeguiamo e parcheggiamo l’auto in modo più consono alla qualità della strada sterrata dove ci troviamo. Cena nel kafè all’interno dell’albergo, uno dei pochi luoghi di riferimento di coloro che percorrono la P-297, ma non sicuramente il migliore visto che difetta abbondantemente di pulizia, almeno per quanto riguarda la camera che ci viene consegnata. Altra cosa da segnalare nella zona che abbiamo attraversato oggi, che dista mediamente sempre meno di 100 chilometri dal fiume Amur che segna il confine con la Cina, è la presenza di molte postazioni militari anche seminascoste nel bosco non lontano dalla strada. Almeno due volte riconosciamo dei camion con sopra i lanciamissili “katiusha” e constatiamo che sono sempre messi in posizione abbastanza visibile dalla strada, forse per fare in modo che i cinesi di passaggio raccontino presso la loro madre patria che la Russia non è disponibile a regalare pezzi di Siberia allo scomodo e popoloso vicino di casa.
qualche targa automobilistica di passaggio. In realtà attorno alla strada tutto ricorda la terra di Gengis Khan, visto che oltre le faccie di origine asiatica, anche la toponomastica e alcune insegne di kafè e ristoranti ci ricordano le origini del popolo buriato. In un verdissimo vallone ci fermiamo a fare foto nei pressi di un piccolo tempio buddista, oltre che ammirare lo sconfinato panorama tutto attorno a noi. Il paesaggio è molto diverso da quello incontrato finora, visto che per tutto il giorno percorriamo salite e discese sempre attorniati da montagne. Come già detto, il paesaggio è dominato dal verde in ogni sua sfumatura, potenziato ancora di più dalla vasta presenza di acqua di fiumi, laghi, stagni e oggi pure attraverso rovesci di acqua.
Da adesso i restanti circa 3.000 chilometri per arrivare all’Oceano Pacifico saranno fatti usando il solo gasolio, un test comunque utile per comparare i consumi e il risparmio che si può avere con il diesel-metano. Il viaggio continua lentamente per i consueti “remont” (lavori in corso) che ci bloccano spesso in lunghe code. Oggi le parti in terra battuta dove avvengono i lavori sono trasformate in un mare di fanghiglia che ostacola ancora di più la marcia dell’auto. Gli ultimi chilometri sono caratterizzati dallo straripamento di molti piccoli torrenti che costeggiano la strada. Anche Chita è piena d’acqua, al punto di assomigliare a Venezia. Prendiamo una camere in una specie di bed and breakfast periferico. Incredibilmente, qui con noi c’è anche un motociclista spagnolo che abbiamo incontrato più volte lungo il percorso negli scorsi giorni. Le nostre strade presto si separeranno visto che lui si dirigerà verso Magadan nella Russia nord-orientale. La serata si conclude prima in un piccolo ristorante non lontano dall’albergo dove intratteniamo il personale raccontando il nostro viaggio, poi nel piazzale dello stesso locale, dove subiamo una truffa molto di moda da queste parti e soprattutto in Mongolia: mentre uscivamo dal parcheggio in retromarcia, un taxi in assoluto silenzio e soprattutto in modo volontario si avvicina per farsi leggermente urtare dal nostro veicolo. Ovviamente la peggio spetta al piccolo taxi, che rimedia una ammaccatura alla carrozzeria. Il taxista è assolutamente conciliante e comprensivo, oltre a chiederci 5.000 rubli per i danni. Ne avrà la metà e resterà comunque soddisfatto della cifra raccolta. Osservando le numerose tracce di episodi simili sul veicolo del taxista abbiamo la conferma della sua ricerca volontaria di collisione. L’ora tarda, il non cercare storie con la polizia e la voglia di non perdere tempo ci convincono a cedere alle richieste del simpatico individuo che ci regala numerose strette di mano per ringraziare.
All’improvviso, dopo oltre cento chilometri di strada, appare dall’alto la visione del Bajkal. Nonostante il tempo non sia dei migliori a causa della presenza di foschia e leggere piogge, la visione di uno dei laghi più grandi del mondo ci trasmette una forte emozione che assecondiamo facendo numerose fotografie. Il Bajkal è il sesto lago più grande del mondo come superficie, ma vanta alcuni record importanti, come il maggior quantitativo di acqua pari a circa il 20% dell’acqua dolce presente sul nostro pianeta; è inoltre il lago più profondo, arrivando a circa 1650 metri sotto la propria superficie e quindi circa 1200 metri sotto il livello del mare. D’inverno è completamente gelato e percorribile anche in auto, mentre d’estate regala un’acqua di elevatissima limpidezza anche se decisamente fredda per la balneazione. Riusciamo ad avvicinarci alle sponde facendo un poco di fuoristrada, cosa di cui il nostro Hilux non ha affatto paura. Altre foto e finalmente riusciamo a toccare con mano questa meraviglia della natura alternando i consueti saluti ai treni di passaggio.
Arrivati a metà dei circa 200 chilometri di lago che costeggiamo usciamo dall’oblast di Ikutsk per entrare nella Repubblica di Buriazia, ennesimo soggetto federale della immensa Federazione Russa. I Buriati sono un popolo di origine mongolica dedito al buddismo e allo sciaimanesimo. Durante l’espansione russa nella Siberia orientale i Buriati furono integrati nell’Impero Russo, ma gli fu comunque consentita una certa autonomia, rimasta anche in epoca sovietica e più recentemente all’interno della nuova Russia. Per la prima volta dall’inizio del viaggio vediamo più persone di origine asiatica che di origine europea. Gli occhi a mandorla prevalgono fin dal pranzo in una moderna yurta dove facciamo un primo assaggio di cucina buriata.
A metà pomeriggio entriamo e prendiamo alloggio ad Ulan Ude, capitale della Buriazia situata lungo il fiume Selenga, uno dei principali tributari del lago Bajkal. L’albergo dove finiamo è il sovieticissimo Hotel Barguzin, nome di un vento siberiano, un ennesimo affluente del Bajkal, ma anche di un sistema missilistico nucleare installato su treni sempre in movimento e mimetizzati da normali convogli merci. Passeggiando lungo le piacevoli strade della città è facile rendersi conto dei forti legami tra questo popolo e i vicini della Mongolia, visto il grande consolato mongolo presente proprio vicino alla piazza principale. Piazza Sovetov (dei Soviet) è decisamente una delle piazze meno cambiate negli ultimi trenta anni, visto che molto è rimasto come ai tempi dell’Unione Sovietica, ad esclusione delle bandiere che sventolano nei palazzi del potere amministrativo. L’elemento più curioso del luogo è una enorme testa di Lenin ubicata al centro della piazza. Non mancano i turisti che fotografano questa curiosa attrazione che viene da tutti definita “la testa di Lenin più grande del mondo”. Tutto attorno la città pullula di vita, sia nelle panchine vicino alle fontane di nuova costruzione e sia nella piccola “Arbat” pedonale al centro della città. Le strade minori del centro cittadino non godono della stessa pulizia e attenzione rispetto a Piazza Sovetov e alla strada pedonale, tra l’altro non mancano persone con elevato tasso alcolico nel sangue sdraiati sulle panchine.
Nel frattempo usciamo, accompagnati da vento caldo e nuvole poco minacciose che smentiscono gli allarmanti sms che da ieri ci invia la premurosa Protezione civile locale parlando di temporali e grandine. Ci dedichiamo a ritmo lento a un po’ di turismo nel centro di Irkutsk, la “Parigi siberiana”: forse, anzi sicuramente, questo appellativo è esagerato, sebbene in Via Urickij campeggi perfino una piccola riproduzione della torre Eiffel; in effetti, però, in questa città sopravvivono edifici di differenti epoche storiche che la rendono architettonicamente più vivace di altre località della zona.
Passeggiamo per le principali vie del centro, cioè quelle intitolate a Marx e Lenin, piazza Kirov e il lungofiume che costeggia l’Angarà, unico emissario del lago Bajkal, alla confluenza con l’Irkut, da cui la città prende il nome; vediamo una imponente statua del padre della Rivoluzione, nonché un suo busto a fianco di un grande murale dedicato all’Internazionale, un altro busto dedicato a Jurij Gagarin, una statua del drammaturgo Vampilov e un più recente monumento dedicato ai cosacchi che fondarono la città nel 1661, nel corso della colonizzazione della Siberia – un’epopea straordiariamente avventurosa, per quanto sconosciuta in Italia, dove viene molto più spesso raccontata la conquista del Far West americano.
Un altro monumento su cui abbiamo modo di soffermarci è quello dedicato al celebre regista Leonid Gajdaj, nativo proprio di Irkutsk, immortalato con il cane Barbos ed altri tre personaggi classici dei suoi film, Trus, Balbes e Byvalyj, in un particolare complesso scultoreo che consente allo spettatore di trovarsi al centro del set cinematografico. Gajdaj e i personaggi che lo accompagnano in questa opera d’arte sono estremamente famosi in tutta l’ex Urss, mentre in Italia (e più in generale in Occidente) scontano la generale scarsa considerazione che ebbe la cinematografia sovietica, anche e soprattutto per ragioni di censura politica che tuttavia non era reciproca: il cinema europeo e quello italiano in modo particolare erano infatti ben noti in Urss, dove sono sempre stati molto popolari Fellini, Tonino Guerra, Sophia Loren, Mastroianni, e tanti altri protagonisti della settima arte di casa nostra.
La domenica mattina, anche nel quartiere di Energetik, è rappresentata da strade deserte e silenzio. A rompere questa quiete ci siamo noi che alle otto siamo già in marcia per raggiungere la locale stazione di metano, l’ultima del nostro viaggio verso oriente, che ci ha costretto ad una deviazione di circa 300 chilometri per allungare ulteriormente il tragitto coperto usando il diesel-metano. Ci aspetta Dmitrij che ha già avuto nostre notizie dal tam tam dei social network e dei vari gruppi che ci seguono e sostengono, tra cui Gazprom. Questa stazione è abbastanza isolata da tutte le altre della rete russa e non capitano molti clienti. Tra questi, quasi tutti hanno accordi commerciali con Gazprom. Qui non è previsto pagamento alla cassa, ma solo addebiti direttamente alle aziende che si riforniscono qui. Sostiamo quasi un’ora poiché il compressore del metano non era acceso. Poi su consiglio di Dmitrij effettuiamo un secondo rifornimento una ventina di minuti dopo il primo per caricare più metano, importante visto che non potremo più utilizzarne altro una volta finito questo pieno. Come al solito si effettuano foto assieme per ricordare questo incontro, ma stavolta ci sono due sorprese: non paghiamo alcun conto, essendo ospiti di Gazprom, e Dmitrij ci offre la colazione a base di pirozhkì preparati dalla moglie. Ringraziamo, doniamo alcuni gadget dei nostri sponsor, e con oltre un’ora di ritardo sulla tabella di marcia riprendiamo il cammino verso Irkutsk.
La strada di oggi lambisce un piccolo paese dal nome di Zimà, che in russo significa inverno e che nel 1932 diede i natali al poeta sovietico Evgenij Evtushenko. Qui c’è una piccola stazione della Ferrovia Transiberiana resa celebre da un suo conosciuto poema e da una canzone di Roberto Vecchioni. Cogliamo l’occasione per visitare “la stazione di Zimà”, ormai un edificio moderno e vivace con numerosi viaggiatori che salgono e scendono dai treni diretti a Mosca oppure sul Pacifico. L’orario della stazione fa riferimento al fuso orario di Mosca e non a quello locale, più avanti di cinque ore. Ciò è necessario per avere una unica unità di misura del tempo nei sette fusi orari attraversati dalla ferrovia.
Poco più avanti un altro momento importante, visto che siamo nel pressi del cartello stradale presente sulla copertina del libro di Danilo Elia “La bizzarra impresa”. Elia e l’amico Fabrizio Bonserio nella primavera del 2005, a bordo di una vecchia Fiat 500, partirono da Bari e transitando da Torino tentarono di raggiungere Pechino. Il viaggio si trasformà in un’avventurosa Bari-Vladivostok raccontata nel libro citato. A quel viaggio si ispirarono Guido e Andrea per la Torino-Pechino del 2008 e indirettamente esiste un filo che lega quella bizzarra spedizione con il nostro di oggi.
Anche questa volta l’arrivo nella città tappa del giorno, Irkutsk, che è detta “la Parigi siberiana”, è contraddistinto da un problema con le prenotazioni via “booking”. Sono due i casi di appartamenti prenotati e poi non realmente disponibili. A questi si deve aggiungere un episodio simile avvenuto altre due volte nelle città dove abbiamo dormito precedentemente. Pare evidente che ci sia un tentativo da parte dei proprietari degli appartamenti di gabbare il sito di prenotazioni cambiando le carte in tavola ogni volta. Torneremo a parlare di questo argomento nei prossimi giorni dopo aver effettuato alcune verifiche.
Nel nostro piccolo appartamento c’è un curioso problema, ovvero manca l’acqua fredda. Di solito avviene il contrario. Per non rimanere ustionati siamo costretti a lasciare casa senza la doccia mattutina a cui siamo abituati. La strada che porta alla vivace città di Kansk è decisamente buona. Tratti a quattro corsie e altri con solo due, ma complessivamente asfalto nuovo. Unico ostacolo, le interminabili file di camion che, come abbiamo già ricordato, inquinano come una centrale a carbone. Ad ora di pranzo siamo già a metà strada, visto che attraversiamo il confine che ci fa entrare nell’oblast’ di Irkutsk e spostare avanti le lancette dell’orologio della sesta ora rispetto all’Italia. Appena dopo il confine notiamo il curioso torrente “Verbljud” (Cammello), seguito dall’omonimo kafè. Lì decidiamo di pranzare con un lauto pasto a base di pelmeni siberiani e manty centroasiatici. Poco più avanti sostiamo per un rifornimento di gasolio nella città di Tajshet, snodo ferroviario di grande importanza dove la Transiberiana si divide in due rami, quello più noto a sud del Lago Bajkal e quello settentrionale che prende il nome di Bam.
Anche per noi è tempo di fare scelte importanti: se seguiamo la ferrovia meridionale ci avvicineremo rapidamente a Irkutsk rinunciando all’ultimo pieno di metano che questa zona della Russia può offrirci; andando a nord, invece, possiamo raggiungere, allungando di circa 250 chilometri, la città di Bratsk, dove si trova l’ultimo avamposto Gazprom nella Russia sud-orientale. Ci lascia perplessi il fatto che nella cartina stradale in nostro possesso, le strade che ci porterebbero a Bratsk sono riportate come piccole e potenzialmente terribili. Gli addetti alla stazioni di servizio ci tranquillizzano raccontandoci che sei mesi fa è stato completato il percorso che unisce Bratsk a Tajshet e che ora il tempo di percorrenza è quasi dimezzato. Alcune conferme a questa notizia arrivano anche dalle nostre ricerche on line. Decidiamo di andare per fare in modo che la parte a metano del nostro viaggio possa durare altri mille chilometri, forse superando anche il Bajkal. Dopo i primi venti ottimi chilometri comincia una parte di strada sterrata. Successivamente torna un poco di
asfalto che ben presto cede il posto ad una terribile pista nel cuore della taiga. Per fare poco meno di duecentocinquanta chilometri impieghiamo circa cinque ore. La media oraria delle parti non asfaltate è bassissima e se non avessimo viaggiato in un fuoristrada probabilmente saremmo dovuti tornare indietro. La Toyota si comporta molto bene, ma neppure lei può difenderci dalla polvere che ci assale, anche con i finestrini chiusi. Tutto questo serve per capire che in Russia non sempre è importante che la strada sia asfaltata, e in casi come questi è prioritario che si possa arrivare a destinazione; ecco perché, nonostante la strada sia terribile, tutti sono felici per l’apertura di questa arteria che ha realmente migliorato la circolazione in questa regione. Non osiamo pensare cosa ci fosse prima al posto di questa specie di strada e quali mezzi fossero in grado di percorrerla. Interessante, senza ombra di dubbio e nonostante il tempo che perdiamo, il paesaggio naturale nel cuore della taiga siberiana. Abbiamo modo di osservare la fauna selvatica e molti uccelli a noi sconosciuti. Degna di nota la vegetazione in fiore che rende il paesaggio verdissimo in questo periodo dell’anno. A circa quaranta chilometri da Bratsk torna l’asfalto, ma non finiscono le buche grandi come crateri. Quando è quasi buio la situazione si tranquillizza e siamo finalmente nella città dove ci siamo imposti di arrivare. Fatichiamo a trovare un alloggio e stavolta ci aiutano poco sia la guida Lonely Planet che il sito Booking.com. Finiamo nel quartiere settentrionale, chiamato Energetik, nei pressi della grande centrale idroelettrica sul fiume Angara, emissario del Lago Bajkal. Dopo essere stati respinti da un albergone in stile sovietico che ci ha chiesto un capitale per dormire nelle loro stanze, finiamo in un appartamento meno costoso, ma decisamente confortevole, elemento importante vista la stanchezza accumulata in questa giornata che ci ha visto chiusi in auto per quasi quindici ore. Una veloce cena in un localino sotto casa chiude l’impegnativo giorno.

Finalmente, dopo le varie soste raccontate, raggiungiamo la grande diga sullo Enisej. Come ci aspettavamo la zona è sotto sorveglianza e per ragioni di sicurezza non ci permettono di avvicinarci troppo. Complice la nebbiolina che persiste in zona, la qualità dell’osservazione non è delle migliori. Proviamo ad andare a monte della struttura dove riusciamo ad osservare la centrale idroelettrica e da lontano anche la struttura che permette alle navi di spostarsi a valle e a monte di questo colosso alto novanta metri. Il lago formato dalla diga è lungo centinaia di chilometri e tutto attorno sorgono numerosi luoghi balneari con bungalow, case e campeggi. Tornando verso Krasnojarsk incontriamo un furgone con targa tedesca. Ci notiamo a vicenda e ci fermiamo a conversare. Conosciamo la bella famiglia composta da Jonas, tedesco, e Nadya, russa, che assieme alla piccola Marlene, nove mesi, stanno viaggiando dalla Germania alla Mongolia. Ci scambiamo informazioni sui rispettivi viaggi e sul perché li abbiamo intrapresi.