Ottomila chilometri in dieci giorni con le relative soste per i rifornimenti di metano, non sempre lungo la strada principale, e quelle per fare visita agli installatori Landi Renzo nella Federazione Russa. La totalità di questo percorso è stata su strade statali, insieme agli innumerevoli camion che attraversano quotidianamente l’Eurasia. Spesso la media oraria non ha superato i settanta chilometri sia per il traffico che per gli innumerevoli cantieri. Per poter rispettare la tabella di marcia che ci ha visto lasciare il porto di Vanino il 6 agosto ed arrivare a Kazan’ il giorno di Ferragosto è stato spesso necessario guidare dall’alba al tramonto.
Tre uomini e un cinghiale
Il giro di boa della Milano-Cortina-Tokyo, avvenuto nella spiaggia a sud dell’isola russa di Sachalin, ha visto anche un importante cambio di equipaggio. La Vespa con cui Fabio Cofferati ha compiuto la propria avventura (LINK) è destinata a rientrare in Italia attraverso un’impresa di spedizioni, mentre il vespista emiliano sale a bordo della Toyota C-HR ibrida-metano per una parte del proprio viaggio di ritorno. Così Cofferati si aggiunge a Domenico Raguseo, al cinghiale di peluche Bruno e al sottoscritto per qualche migliaio di chilometri, iniziando proprio dalla tratta marittima che vede tre italiani e la loro auto tornare nella Russia continentale con le consuete venti ore di navigazione da Cholmsk a Vanino. Stavolta il mare è assolutamente tranquillo e le cabine più confortevoli rispetto a quelle del viaggio di andata permettono il record di sonno dell’intero viaggio. Nella pancia della nave la nostra Toyota viaggia con il pieno di metano effettuato nelle remote stazioni di Južno-Sachalinsk, con la consapevolezza di essere la prima auto europea ad effettuarvi un rifornimento. Il viaggio di ritorno ripete in gran parte lo stesso itinerario di quello di andata. Ad inizio viaggio avevamo in programma di fare escursioni nelle repubbliche di Chakassia e Tuva oltre che nella città di Tomsk. La dura realtà e il ritardo accumulato ci costringono a cambiare programmi, accontentandoci di prevedere solo un diverso punto di attraversamento negli Urali e quindi, dopo Omsk, visitare Kurgan, Čeljabinsk e Ufa, costeggiando il confine kazako, prima di rientrare a Kazan’.
Il sole oscurato dagli incendi in Jakuzia
Dopo essere sbarcati ad un orario accettabile della mattina dalla “Sachalin VIII”, partiamo subito per Chabarovsk con l’obiettivo di riuscire a rifornirci di metano dal carro bombolaio privato che ci ha aiutato anche durante il viaggio di andata. Puntiamo a proseguire nella guida fino al momento in cui il sole lascerà il posto all’oscurità riuscendo ad arrivare a Birobidžan. Da lì ci mangiamo lo Zilov Gap e la desertica strada che conduce a Čita in appena due giorni macinando anche oltre mille chilometri a giornata. La consueta tappa intermedia avviene nella ormai mitica Erofej Pavlovič e nella mensa dei ferrovieri che puntualmente ci rifocilla e ci permette di accumulare le energie necessarie al prosieguo del viaggio. Quando si sa dove mangiare e dormire, e tolte le preoccupazioni di fornire assistenza ad un Vespa al seguito impegnata in una storica impresa, diventa più facile percorrere lunghe distanze. Un elemento particolare di questa parte del viaggio è una strana nebbia costantemente presente nonostante le previsioni del tempo indichino un cielo sereno. In realtà si tratta del fumo degli incendi che stanno colpendo parte della Jakuzia e che il vento trasporta a centinaia e migliaia di chilometri. L’area devastata dal fuoco ha la stessa estensione territoriale della Grecia o della Georgia, a seconda se la fonte giornalistica è europea o russa. Dove stiamo passando non si avverte alcun odore e il fumo non è particolarmente denso. La cosa che fa più impressione è osservare a tutte le ore del giorno il disco solare attraverso il fumo, che non rende necessario alcun tipo di ulteriore filtro. Anche il nostro ritorno sul lago Bajkal è caratterizzato da questa nebbia che non ne valorizza l’aspetto. Dalla riva non si riesce a vedere oltre una cinquantina di metri.
Solo contro la Siberia
Ad Irkutsk la squadra in viaggio cambia ancora. A Fabio sta per terminare il visto mentre Domenico deve rientrare a Mosca per esigenze personali programmate. Questo mi costringe a proseguire da solo fino a Kazan’, uno sforzo di oltre 4.000 chilometri dove potrò contare solo su Bruno il Cinghiale e sulla musica retrò delle radio russe. Lascio i miei due compagni di viaggio e riprendo il cammino quasi solitario. Abbandonata la tentazione di fare importanti deviazioni dal percorso programmato, ritorno a viaggiare utilizzando il metano a partire dal capoluogo minerario di Kemerovo. Fino ad Omsk il percorso è lo stesso dell’andata per poi esplorare una strada nuova, quella che costeggiando il confine con il Kazakistan risolve uno dei problemi rimasti aperti dopo la fine dell’Unione Sovietica. La strada più diretta che collega Mosca alla Siberia centrale passa per alcune centinaia di chilometri nello stato kazako. Negli anni sono cresciute le difficoltà per attraversare rapidamente i due confini situati ad ovest ed est di Petropavlovsk, e soprattutto farlo con un’auto straniera in epoca di Covid significherebbe cercarsi grosse complicazioni. Nei tre decenni dalla nascita di queste frontiere la Russia ha costruito una buona strada che aggira il problema allungando i chilometri ma eliminando i confini. Di situazioni simili lungo le frontiere dell’ex Urss ce ne sono molte e non sempre si è giunti a soluzioni. Interessante è il caso dello “Stivale di Saatse” o della città moldava di Palanca. Nel primo caso la Russia permette agli estoni di attraversare senza alcun particolare controllo due pezzetti di proprio territorio perché gli abitanti di due villaggi possano spostarsi da una parte all’altra. Nel secondo caso un lembo di Moldavia interrompe la continuità territoriale di una parte di Ucraina e piuttosto che costruire una complicata strada nei pressi di un lago si è raggiunto un accordo di transito senza sosta su circa otto chilometri di strada. Nel caso russo-estone un’intesa tra i due stati dovrebbe in breve tempo far cessare il problema. Situazioni simili mai del tutto risolte ci sono tra Russia e Bielorussia e tra gli stati dell’Asia centrale, dove non mancano pezzi di uno stato dentro l’altro. Armenia e Azerbaigian hanno risolto militarmente questo tipo di situazioni occupando reciprocamente e con l’uso della forza le exclavi che insistevano all’interno dei proprio territori.
Al di qua e al di là degli Urali
La visita agli installatori russi dei sistemi metano e gpl “made in Italy” è la scusa per poter approfondire per la prima volta la conoscenza con le città di Čeljabinsk e Ufa, rispettivamente ultima città asiatica prima degli Urali e prima città europea subito dopo il confine intercontinentale. Da entrambe ero più volte passato in veloci transiti senza mai dedicarmi alla conoscenza dei centri cittadini. Avevo sempre avuto l’impressione che Čeljabinsk fosse una grigia città sovietica fatta di fabbriche e ciminiere mentre Ufa fosse meritevole di visita, ma nell’unica occasione in cui mi avvicinai, durante la Torino-Pechino del 2008, non c’era alcun posto libero negli alberghi del centro. Le sensazioni erano entrambe sbagliate. Čeljabinsk è sicuramente una città sovietica divenuta importante durante la Seconda guerra mondiale, quando vi furono trasferite numerose fabbriche della Russia europea invasa dai tedeschi. La produzione non tornò più in Europa e centinaia di migliaia di persone rimasero a vivere lì. Il centro è decisamente moderno e lo stile sovietico convive con qualche recente innovazione architettonica. La strada centrale e pedonale “Kirova” è forse il luogo più vivace che abbiamo incontrato nell’intero viaggio. Gente di ogni età si gode la calda serata nei caffè e ristoranti di una davvero piacevole Čeljabinsk. Ufa è più ricca di storia, molte case in legno sopravvivono alla modernità o al neoclassicismo di epoca stalinista. Rispetto a Čeljabinsk è priva di un luogo che possa essere identificato come centro cittadino, anche se negli ultimi decenni il parco con la statua dell’eroe baschiro Salavat Julaev ha assunto questo tipo di importanza. Ufa è su una lunga collina stretta tra i fiumi Belaja e Ufa e proprio il fatto che si sviluppi non in pianura la rende una propaggine dei monti Urali. Tra le due città abbiamo attraversato una seconda volta quello che è considerato il confine geografico che divide Asia ed Europa.
L’impatto dei fusi orari nel viaggio
La Russia è attraversata da undici diversi fusi orari. Nel nostro viaggio abbiamo avuto modo di toccarne nove. I cambi di ora influiscono molto riducendo il tempo a disposizione quando si va verso est e allungandolo quando si torna verso ovest. In realtà è più un aspetto psicologico che di natura temporale, poiché a condizionare l’individuo in questo tipo di viaggi è la necessità serale di trovare un alloggio, e di conseguenza a stabilire quando fermarsi è più l’oscurità che l’orologio. Naturalmente in auto non si risente molto del jet-lag tipico dei viaggi in aereo, anche se quando si percorrono otto fusi orari in dieci giorni qualche anomalia nelle abitudini la si può registrare anche in un viaggio via terra. Nel passato la lentezza dei viaggi in nave, a piedi o al massimo nei carri trainati da animali non facevano mai percepire questo aspetto. Coloro che intraprendono il viaggio ferroviario lungo la Transiberiana, se la percorrono in senso contrario rispetto alla maggior parte dei turisti, quindi arrivando a Mosca da Vladivostok, abbattono il jat-lag al momento della fine del viaggio, che altrimenti li avrebbe visti rientrare in Europa dal Pacifico in aereo. Proprio per questo negli ultimi anni è aumentato il numero dei turisti che la percorre al contrario. Nel nostro caso il viaggio è lento sia all’andata che al ritorno, ma il miglioramento della rete stradale russa e la possibilità di fare lunghe tappe, impossibili in passato a causa della strada in condizioni terribili, fa emergere questo tipo di problema anche nei viaggi automobilistici. Un piccolo vantaggio di trovarsi nove ore avanti all’Italia è il fatto di vivere attivamente la parte di giornata che corrisponde alla notte italiana, con la conseguenza di un notevole calo dell’attività social che restituisce parzialmente al viaggiatore il senso di lontananza e distacco da casa.
Direzione Europa
La Milano-Cortina-Tokyo fa ora una breve tappa a Kazan’, quello che all’andata avevamo definito il quartiere generale avanzato del viaggio. Nei prossimi giorni l’equipaggio della Toyota C-HR ibrida-gas naturale è atteso all’Ambasciata d’Italia a Mosca per recuperare l’incontro saltato all’andata a causa del cambio di date ed itinerario dovuto alle difficoltà burocratiche incontrate in dogana. Successivamente è previsto il trasferimento a San Pietroburgo e il rientro nell’Unione Europea dal confine estone, lo stesso attraversato due mesi prima nel viaggio di andata. Da definire le tappe europee attraverso le quali avverrà il riavvicinamento all’Italia. Il contachilometri della nostra auto ha già superato quota 24.000 e a fine viaggio sfiorerà sicuramente i trentamila, andando ben oltre la distanza stimata alla partenza da Milano lo scorso 10 giugno. I percorsi europei permetteranno di continuare a usare metano e biometano, confermando che attualmente è possibile andare dal Mediterraneo all’oceano Pacifico usando per l’80% il gas naturale. Il viaggio di ritorno è stato effettuato tenendo volutamente ritmi più elevati che in parte hanno modificato i dati sui consumi, senza tuttavia distanziarsi troppo da quelli assolutamente positivi ottenuti nel viaggio di andata.
(Articolo pubblicato originariamente su www.teverepost.it)






Il paesaggio continua a regalarci scenari simili alle valli del nostro Appennino con l’alternarsi di alture e pianure. Numerosi i laghi e i fiumi che incontriamo. Dopo altri 150 chilometri dal rifornimento di gasolio troviamo un’altra oasi di vita dove c’è il kafè “777”, un piccolo albergo, un’officina per camion e addirittura una piscina. La cosa più sorprendente sono i bagni pulitissimi in muratura a 10 rubli per ogni utilizzo. Pranzano con noi anche gli autisti di un camion che sorpassiamo da almeno due settimane lungo il nostro itinerario, oltre ad un’auto con roulotte che osserviamo da alcuni giorni. Simpatica la scena di un gigantesco camion che trasporta da chissà quale
villaggio alcune mamme con bambini diretti alla piscina. Ci abituiamo agli ormai consueti verdi e piatti scenari che attraversiamo nelle lunghe ore all’interno del nostro veicolo. Oggi dobbiamo tassativamente fermarci prima del previsto visto che alle 12.30 dell’orario italiano, che corrispondono alle nostre 19.30, abbiamo il videocollegamento con Ecofuturo, il festival dedicato alle innovazioni ecologiche in svolgimento a Padova fino al 22 luglio. Per questo scegliamo un luogo di sosta lungo il nostro percorso e senza avventurarsi all’interno della città di Belogorsk, dove una strada alternativa si separa in direzione Cina. Molto “divertente” la scenetta con la padrona del piccolo albergo che ci ospita, dato che minaccia di chiedere un intervento della polizia se non spostiamo la nostra auto dalla strada che abbiamo scelto per il collegamento con Ecofuturo, troppo
vicina al suo hotel. Ancora un volta in questa zona geografica di Russia capiamo che la popolazione locale non vede spesso il transito di stranieri, all’infuori dei cinesi. Ci adeguiamo e parcheggiamo l’auto in modo più consono alla qualità della strada sterrata dove ci troviamo. Cena nel kafè all’interno dell’albergo, uno dei pochi luoghi di riferimento di coloro che percorrono la P-297, ma non sicuramente il migliore visto che difetta abbondantemente di pulizia, almeno per quanto riguarda la camera che ci viene consegnata. Altra cosa da segnalare nella zona che abbiamo attraversato oggi, che dista mediamente sempre meno di 100 chilometri dal fiume Amur che segna il confine con la Cina, è la presenza di molte postazioni militari anche seminascoste nel bosco non lontano dalla strada. Almeno due volte riconosciamo dei camion con sopra i lanciamissili “katiusha” e constatiamo che sono sempre messi in posizione abbastanza visibile dalla strada, forse per fare in modo che i cinesi di passaggio raccontino presso la loro madre patria che la Russia non è disponibile a regalare pezzi di Siberia allo scomodo e popoloso vicino di casa.
che aveva già soddisfatto i nostri palati a Ekaterinburg, e poi diamo il via al nostro breve tour della terza città più grande della Russia, nonché una delle più giovani. Novosibirsk nasce negli ultimi anni dell’800 come “cantiere” per la costruzione del ponte sul fiume Ob destinato alla Ferrovia Transiberiana. Inizialmente chiamata Novonikolaevskij, prende l’attuale nome in modo definitivo nel 1925. Legata al primo storico nome è la cappella di San Nicola, che tradizionalmente viene considerato come baricentro geografico dell’Impero Russo. In realtà Novosibirsk non regala grandi emozioni architettoniche, storiche e neppure turistiche. Un luogo interessante dal punto di vista monumentale è Piazza Lenin, dove oltre alla statua del noto personaggio si possono ammirare altre composizioni legate al periodo sovietico della città. Ultima tappa del nostro breve giro è, naturalmente, la grande stazione della Ferrovia Transiberiana non lontana dal nostro appartamento, che raggiungiamo testando la interessante metropolitana cittadina. Riconsegnamo le chiavi della casa non senza evidenziare, per la prima volta in questo viaggio, alcune lacune igieniche del luogo dove abbiamo dormito.
strada non avremo altre occasioni se non facendo alcune lunghe deviazioni. Nella stazione Gazprom situata a nord della città abbiamo a che fare, per la prima volta, con personale molto scortese. Oltre a ciò riscontriamo una anomalia nella quantità di metano che carichiamo, secondo noi troppo poca. Ci spostiamo nella seconda stazione della città e sorprendentemente la troviamo chiusa con un cartello che indica quattro giorni di chiusura senza specificare i motivi. Questo non ci rende affatto felici, come non può trasmetterci sentimento diverso la vista del centro commerciale “Zimnjaja vishnja” tristemente noto per un brutto episodio di cronaca di alcuni mesi fa e che passò quasi sconosciuto in occidente. In un incendio all’interno della struttura morirono, secondo le fonti ufficiali, 64 persone di cui 41 bambini. In Russia questo episodio ha colpito fortemente l’opinione pubblica portando ad arresti e dimissioni di politici locali ed uomini di affari. Ancora oggi è possibile notare nelle vicinanze del luogo un monumento fatto di fiori e giocattoli nato spontaneamente in ricordo delle vittime.
“naufragarono” in questo paesino con la vecchia Marea priva della funzionalità della pompa della benzina, venendo trainati da, ironia della sorte, una Toyota di un apicoltore locale. Celebriamo la cosa con foto commemorative nelle stesso punto dove l’auto si fermò, ma scaramanticamente decidiamo di non spegnere il motore. All’epoca, grazie all’iniziativa di una dipendente del piccolo Hotel “Tre Orsi”, nella nottata arrivò un meccanico che riuscì a riparare il guasto e riportare ottimismo al viaggio del 2008. Oggi molto è cambiato e oltre al “Tre Orsi” e al kafè del piano terra, dove ceniamo, sono sorti altri piccoli punti di ristorazione nel paesino che conta circa seicento anime. Non c’è più la dipendente dell’epoca Tatiana e nessuno conosce il meccanico del quale mostriamo le foto scattate nel luglio di dieci anni prima. Per evitare le attenzioni dell’autista ubriaco Sasha e dello strano soggetto, probabilmente alcolizzato, che dorme sotto il portico del locale e che pensa che siamo spie straniere, decidiamo di incamminarci per una passeggiata esplorativa di Krasnyj Jar al tramonto. Anche questa sera il fuso orario non ci consentirà di vedere in tempo reale la seconda semifinale di Coppa del Mondo tra Inghilterra e Croazia. Al mattino sapremo quale delle due nazioni sfiderà la Francia nella finale del Mondiale di Russia.
Su consiglio di amici italiani che hanno vissuto e studiato in questo villaggio dello studente, andiamo a vedere la spiaggia presente nel grande lago formato dalla diga sul fiume Ob, che ricordiamo essere il sesto fiume più lungo del mondo e che sfocia nel lontano Mare Artico. Per raggiungere la sponda sabbiosa, luogo davvero molto animato e vero e proprio “mare” locale, mettiamo alla prova le capacità di fuori strada del nostro veicolo in un angusto e ripido sentiero. Impressionante per noi italiani abituati ai nostri classici mari vedere i russi vivere il fiume come un mare d’acqua dolce. Del resto, se escludiamo l’artico a poco più di 2.000 chilometri, il mare più vicino a questa città è il Mar Caspio a circa 3.000 chilometri. Essendo il Caspio un grande lago salato, il vero mare più vicino è il Mar Nero e i chilometri sono addirittura 4.000, mentre sono poco meno di 6.000 per l’Oceano Pacifico. Il record di luogo delle terre emerse più lontano dal mare non appartiene a questo territorio, ma è in Cina nei pressi di Urumqi, città non molto lontana da qui e che dovremmo attraversare tra circa un mese. Dopo aver verificato la mancata salinità dell’acqua dell’Ob torniamo a Novosibirsk attraverso la trafficata strada che conduce verso il centro della città.
Alloggiamo ancora una volta in un “kvartir”, una casa privata che affittiamo per una notte a prezzo modico. Stavolta lascia un po’ tutto a desiderare, tranne l’ottima posizione centrale a due passi dalla stazione della Transiberiana, esattamente come avvenne nel 2008, e il parcheggio dell’auto, al sicuro davanti alla caserma di quartiere della Polizia.
Più lunga del solito la nostra dormita nell’appartamento privato di Via del Percorso Rosso alla periferia di Omsk. Riconsegnate le chiavi alla padrona di casa e caricato il bagaglio nell’Hilux ci spostiamo nel centro della città per fare qualche ora di sano turismo e la colazione, non prevista nei 1500 rubli (circa 21 euro) dell’affitto della casetta. Omsk ha oltre un milione di abitanti, una periferia industriale fatta con tanto cemento, ma un piccolo centro ordinato e pulito. Il monumento più noto è la Cattedrale dell’Assunzione, ricostruita negli ultimi anni nei luoghi dove sorgeva prima degli anni ‘30. Passeggiando verso il fiume Irtysh si può osservare l’unica parte vecchia della città, fatta di edifici neoclassici prevalentemente di epoca sovietica, ma anche alcuni precedenti alla Rivoluzione. Tra le tante statue presenti c’è quella dello scrittore Dostoevskij, che
qui a Omsk trascorse alcuni anni della sua vita, e non proprio i migliori: vi rimase infatti in esilio dal 1850 al 1854, dopo la conversione della condanna a morte che gli era stata inflitta dal tribunale zarista nel 1849 per attività sovversiva.
molte cose simile all’epopea americana. Centoventicinque anni fa, ci sono cartelli di questo anniversario ovunque, arrivarono qui gli operai che dovevano costruire la ferrovia. Prima i loro alloggi, poi i servizi, infine la stazione e tutte le attività collegate alla ferrovia. In epoca sovietica ecco arrivare anche le fabbriche a rendere sostenibile la vita in questo posto dove l’agricoltura può essere praticata pochi mesi all’anno. Il centro cittadino di epoca sovietica è davvero delizioso, come la pizza che mangiamo in un locale interamente dedicato all’Italia con alle pareti numerose cartoline di pubblicità degli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso. A causa della latitudine e del fuso orario appena cambiato, il sole tramonta attorno alle 23 dell’ora locale, mentre la luce scompare verso la mezzanotte. Con l’oscurità tornano le zanzare che ci accompagnano nella passeggiata che dalla piazza principale ci riporta all’albergo. Dopo aver donato alcuni centilitri del nostro sangue ai poco simpatici insetti possiamo finalmente dormire in attesa della giornata che ci porterà a Novosibirsk, la capitale della Siberia
Non abbiamo dormito molto a causa della lunga nottata calcistica che ha visto la Russia lasciare il mondiale, ma restiamo stupiti nel vedere ancora al mattino presto tifosi russi girare per la città con i postumi di sbornie colossali. Per tutta la notte, non solo a Tyumen, il popolo russo è sceso in piazza per festeggiare comunque l’ottima esperienza della propria nazionale in questo storico torneo disputato in casa. Se qualcuno pensava che prevalesse la tristezza, dopo l’eliminazione ai rigori da parte della Croazia, si sbagliava di grosso: permane un’atmosfera serena e felice, eccessi a parte. Di uno di questi eccessi siamo testimoni vedendo un nostro vicino di casa cadere a terra di schianto a pochi metri da noi, ignorato da gran parte dei suoi amici. 