Giorno 42 – Il Giorno della Vittoria nordcoreana

27 luglio 2018, Artyom (km 14) – Tot. 14620

La giornata di oggi, nella cittadina periferica dove è collocato l’aeroporto di Vladivostok, comincia con l’arrivo della polizia nel condominio nel quale abbiamo affittato un appartamento che nella descrizione su Booking sembrava messo molto meglio di come si è rivelato. Le forze dell’ordine per fortuna non cercano noi: i poliziotti erano stati infatti chiamati da alcuni inquilini infastiditi da due ragazze che ben prima delle otto del mattino si erano messe ad ascoltare musica a tutto volume nel corridoio che dava sui numerosi appartamenti del piano terra. Quando ce ne andiamo le ragazze, che a quanto pare erano rimaste chiuse fuori casa, stanno cercando senza successo di rientrare passando attraverso la finestra.

Dopo pochi chilometri mettiamo a riposo la Toyota Hilux in uno dei parcheggi dell’aeroporto e l’equipaggio si separa: Guido parte per la Corea del Nord dove già questa sera parteciperà al primo evento dell’intenso programma che lo attende: la celebrazione del Giorno della Vittoria nella data della firma dell’armistizio del 27 luglio 1953 che pose termine alla Guerra di Corea, che prevede per gli ospiti di prendere parte a “danze di massa” per le strade di Pyongyang.

Insieme al capospedizione della Torino-Pechino, nell’Ilyushin della compagnia nordcoreana Air Koryo salgono moltissimi ragazzi: i componenti di un primo gruppo hanno tutti una maglietta blu con scritto “Regione dell’Amur”, mentre un altro è una nutrita delegazione di giovani del Partito Comunista della Federazione Russa con maglietta ufficiale con logo del PCFR e ritratto di Che Guevara.

Emanuele e Marina, prima di ripartire per Mosca, hanno invece l’occasione di passare altre ore ad Artyom, cittadina storicamente impegnata nel settore carbonifero: è per questo motivo che il Giorno della città coincide con il Giorno del minatore (in Russia, già dall’epoca sovietica, ogni professione ha un suo giorno festivo molto sentito) e che in centro, oltre alla statua di Lenin, vi è un bel monumento ad un macchinario utilizzato per scavare miniere e detentore di svariati record di escavazione.

L’escursione della Torino-Pechino in Corea del Nord terminerà il 30 luglio, mentre il giorno successivo la nostra Toyota Hilux a diesel-metano varcherà finalmente il confine russo-cinese per proseguire in direzione della capitale Pechino.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

Giorno 41 – Il capolinea della Transiberiana

26 luglio 2018, Vladivostok-Artyom (km 56) – Tot. 14606

Nella giornata di oggi abbiamo in programma di fare turismo a Vladivostok. Prima però il capospedizione Guido deve dedicarsi agli impegni del buon padre di famiglia e quindi cominciamo la mattinata cercando un laboratorio dove lui possa sottoporsi alle periodiche analisi richieste dalle normative russe a chi sta per diventare padre.

Risolta senza problemi questa incombenza, iniziamo il nostro cammino tra i luoghi più significativi della città, accompagnati da un clima molto caldo che con l’andare delle ore diventerà afosissimo. Prima di tutto ci dirigiamo alla stazione, che riveste una particolare importanza perché è il capolinea della più lunga ferrovia del mondo, la Transiberiana. Un apposito cippo ricorda l’ultimo chilometro del tragitto, il numero 9288. Di fronte alla stazione la statua di Lenin indica la strada giusta, mentre a poca distanza vi è un monumento che non immaginavamo di trovare, quello dedicato a Yul Brynner nel luogo dove nel 1920 è nato; per lo meno presumibilmente, visti i grandi misteri che caratterizzano i primi anni della biografia di questo attore, particolarmente apprezzato dal nostro equipaggio soprattutto come protagonista del grande film italo-jugoslavo del 1969 “La battaglia della Neretva”.

Pranziamo bene in una “stolovaya” (mensa) in stile sovietico, dove troviamo uno dei caffè espresso più buoni di tutta la Russia. Dopo averne provati di terribili ovunque, quella di oggi è stata una sorpresa non indifferente.

La piazza centrale di Vladivostok ospita un grande complesso monumentale dedicato ai combattenti per l’instaurazione del potere sovietico nell’Estremo oriente durante la Guerra civile seguita alla Rivoluzione d’ottobre. Il tema della guerra civile è molto in voga nella monumentalistica delle città di questa area della Russia. Dalla piazza si vede in tutta la sua imponenza il nuovissimo ponte che sorge sul Corno d’oro e di cui abbiamo già parlato nel diario di ieri, anche se la visuale è in parte coperta dal cantiere per i lavori di realizzazione di una chiesa.

Nel lungomare un vasto complesso dedicato alla Seconda guerra mondiale ed in particolare alla Flotta del Pacifico ha come elemento culminante un sottomarino S-56 che abbiamo visitato all’interno, dove è suddiviso in una parte museale e una parte conservata come durante la fase di operatività del mezzo. Da lì vicino una vecchia funicolare permette di arrivare in una zona più alta della città da cui, salendo ulteriormente a piedi, si può raggiungere un belvedere che si apre in modo spettacolare sulla città.

Dopo le poco più di 24 ore trascorse a Vladivostok possiamo dire che si tratta di un luogo sicuramente particolare, abbastanza diverso dalle altre città russe, anche per evidenti ragioni logistiche e strutturali, vista la presenza del mare che si insinua in svariati golfi, e i dislivelli altimetrici. La città non appare molto curata ed anche a livello di ricezione turistica non sembra ad oggi particolarmente preparata. Ciononostante la presenza di visitatori stranieri, in particolare cinesi e giapponesi, è sembrata massiccia.

Nel tardo pomeriggio riprendiamo il nostro Toyota Hilux a diesel-metano e ci trasferiamo nella vicina Artyom, cittadina che porta il nome del bolscevico Fyodor Sergeev, detto appunto Artyom, grande protagonista del periodo rivoluzionario in Ucraina, morto nel 1921 durante il viaggio sperimentale di un aerovagone, un particolare treno funzionante tramite eliche aeree. In questa località ha sede l’aeroporto di Vladivostok, da cui i membri dell’equipaggio partiranno nei prossimi giorni in direzioni diverse: Guido per recarsi in Corea del Nord prima di tornare a prendere l’auto ed entrare in Cina, Emanuele e Marina per rientrare a Mosca al termine della loro tappa di viaggio siberiano.

Questa piccola città non offre moltissime soluzioni per cenare e anche la padrona dell’appartamento dove ci fermiamo per la notte non sa suggerirci nulla; uno dei pochissimi locali che ci segnala il motore di ricerca Yandex si rivela però davvero ottimo e ci permette di consumare molto piacevolmente l’ultima cena in cui l’equipaggio è composto dalla formazione presente.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale.

Giorno 40 – Finalmente l’oceano!

25 luglio 2018, Ussurijsk –  Isola Russkij – Vladivostok (165 km) – Totale 14.550

La giornata che ci vedrà raggiungere Vladivostok inizia con la pessima colazione dell’Hotel Nostalgy e con le ormai classiche lentezze per la registrazione dei nostri visti. Approfittiamo per andare a fotografare alcune delle principali attrazioni di Ussurijsk che avevamo osservato la sera precedente con il buio. Riprendiamo la A-370 con la massima tranquillità visto che il mare non è poi così lontano.

Avvicinandoci a Vladivostok invece del mare cominciamo a scorgere la nebbia. Avevamo letto che in questa zona, nei mesi estivi, la nebbia è un fenomeno particolarmente intenso e che le varie insenature sono tutte caratterizzate da una scarsa visibilità. Se questo è un bene per nascondere navi e sommergibili militari, non è il massimo per noi che vorremmo valorizzare con belle foto questo momento. Il primo dei tre importanti ponti che attraversiamo è quello che serve alla A-370 per superare il Golfo dell’Amur. Il ponte è immerso nella nebbia ma tutto sommato visibile, non come il resto della strada che gira attorno a Vladivostok, dove nelle varie salite e discese attorno alla città si arriva quasi alla completa non visibilità della strada. Vladivostok sorge su una insenatura circondata da alcuni fiordi molto frastagliati, come del resto la terra tutto attorno, isolotti compresi. Diventa facile perdere l’orientamento attraversando il promontorio dove sorge la città, anche per il fatto che il mare compare e scompare sia sulla destra che sulla sinistra. Alla fine del promontorio si attraversa lo stretto del Bosforo Orientale (nome che ricorda Istanbul) con un audace ponte di oltre tre chilometri con una campata centrale di 1.104 metri, la più lunga al mondo. Il ponte ha unito il promontorio di Vladivostok con l’Isola Russkij, che fino a poco tempo fa era un luogo militare usato dall’esercito russo per controllare il traffico attorno all’importante città. Il ponte è alto 70 metri sul livello del mare, ma noi non riusciamo a vedere nulla poiché avvolti nella coltre di nebbia. Nell’isola sorge una importante università e vivono meno di cinquemila abitanti. Incuriosisce la presenza di un ponte che sicuramente è costato cifre enormi per un collegamento non troppo strategico.

La bella strada che attraversa l’isola diventa piccola e sterrata dopo circa dieci chilometri. Da qui decidiamo di scendere sotto la nebbia per raggiungere l’acqua del mare e per poter immortalare in foto e video questo storico momento. Tocchiamo finalmente l’Oceano Pacifico e ce ne prendiamo una bottiglia, come avevamo già fatto in Portogallo con l’acqua dell’Atlantico. Dopo un mese e mezzo di viaggio abbiamo unito Lisbona a Vladivostok, primo obiettivo che la Torino-Pechino si era prefissata. Da Torino i chilometri percorsi sono 14.599, da Lisbona tenuto conto del lungo prologo via Bruxelles poco più di 20.000. I consumi usando il diesel-metano sono attorno ai 18 km/litro di media con dei picchi positivi di 19,2 e negativo di 16,5. Usando il solo gasolio i consumi sono stati attorno ai 12 km/litro con meno di 10 in presenza di autostrade e velocità elevate. Il risparmio economico da noi avuto durante il percorso è attorno al 30-35% a seconda dei ritmi di viaggio e delle velocità sostenute.

All’isola Russkij attiriamo la curiosità di molti bagnanti che affollano le spiagge in pietra: si radunano attorno a noi, fanno domande e chiedono di fare foto assieme. Tutto ciò ci diverte molto e ci permette di raccontare, tra lo stupore generale, da dove siamo partiti. In questo curioso scenario, sempre avvolto dalla fitta nebbia, mangiamo degli spiedini di carne presso un improvvisato venditore di “shashliki” di origine azera che arrostisce carne davanti alla porta di un bunker militare in disuso. Il gestore della curiosa attività ci racconta la storia di suo nonno morto proprio in una delle postazioni del bunker durante uno scontro con i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.

Lasciamo l’isola per tornare nella terraferma e con l’occasione attraversiamo il terzo importante ponte di Vladivostok, quello che supera il “Corno d’Oro”, ancora un volta un nome legato ad Istanbul, che indica la strategica insenatura dove ha sede il porto della città che ospita la potente flotta militare del Pacifico. In questa città tutto è molto caro rispetto alla media del resto della Russia e non ci stupisce pagare il conto più salato dell’intera parte asiatica del viaggio per dormire una notte nel centro di Vladivostok. Dopo aver dedicato tutto il tempo necessario all’aggiornamento degli spazi social dedicati al viaggio, data l’importanza dell’evento odierno, decidiamo di recarci nel centro della città per festeggiare con una consona cena. La nebbia continua a caratterizzare il paesaggio cittadino alternandosi con una sottile e leggera pioggia. Dopo qualche decina di minuti passati alla ricerca di un ristorante adatto, optiamo per un locale bavarese, visto che tutto attorno a noi c’erano solo ristoranti etnici già provati durante il viaggio come il giorgiano, il tataro, il buriato e l’uzbeko.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– La costruzione del ponte dell’isola Russkij e di quello all’interno della città di Vladivostok hanno cambiato completamente il modo di muoversi nella città, agevolando notevolmente gli spostamenti interni. I due ponti sono tra i più lunghi e audaci del mondo.

– L’isola Russkij, da spazio riservato ai militari per quasi un secolo, si è trasformata in un luogo turistico di grande interesse anche se ancora povera di infrastrutture.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

Giorno 39 – La Cina è vicina!

24 luglio 2018, Chabarovsk-Ussurijsk (km. 674) – Tot. 14.385
Restituite le chiavi alla agenzia che ci ha affittato il piacevole appartamento in Via Carlo Marx, andiamo diretti ad imboccare l’ultima strada federale della parte russa del nostro viaggio, la A-370, che con i suoi circa 750 chilometri ci porterà all’Oceano Pacifico. Per la prima volta abbandoniamo la direzione est per virare decisamente a sud. E appena fuori Chabarovsk tocchiamo il punto stradale più orientale dell’intero viaggio. La nebbiolina che avvolge la città dove abbiamo dormito si dirada e le temperature sono già alte di primo mattino. Capiamo che andremo incontro ad una giornata decisamente calda, ma non immagiamo che ci saranno 34° per tutto il pomeriggio.
Nei primi cento chilometri di viaggio troviamo difficoltà nel fare colazione. Tutti i piccoli kafè dove sostiamo sono privi dei “pirozhkì” a cui ormai siamo abituati. Finiamo per mangiare delle paste confezionate di un piccolo supermercato oltre a delle ottime banane comprate il giorno precedente. Il paesaggio assume contorni sempre più mediterranei, in alcuni tratti tornano il grano e i girasoli che non vedevamo da quando eravamo in Europa. Scompaiono le betulle, e la vegetazione e la conformazione del territorio attorno a noi ci ricordano i paesaggi toscani anche grazie alle numerose “rotoballe” che notiamo nei campi lungo la strada. Attorno all’ora di pranzo ci fermiamo nei pressi della città di Dal’nerechensk, dove oltre a cibarci decidiamo che è arrivato il momento di lavare l’auto per togliere da esterno ed interno la polvere e lo sporco accumulato in quasi tre settimane di Siberia. Si occupa dell’operazione un efficiente team di wash-girl locali.
Il fiume Ussuri, che segna il confine con la Cina, scorre ai margini di questa cittadina e proviamo ad avvicinarci alle militarizzate sponde per provare a scorgere l’ingombrante vicino di casa. L’impresa si rileva difficile poiché tutte le stradine che scendono verso il fiume sono presidiate dall’esercito russo. A tal proposito è utile ricordare che a pochi chilometri da questa città nel marzo del 1969 scoppiò un conflitto tra Unione Sovietica e Cina per il possesso di una piccola isola, Damanskij in russo e Zhenbao in cinese, al centro del fiume. Tale scontro vide perire circa 150 soldati per parte, anche se i dati esistenti sono piuttosto contrastanti. Ad ogni modo questi numeri sembrano sproporzionati se si pensa al valore strategico della posta in palio; sarebbero stati molto più grandi se l’episodio si fosse esteso ad una vera e propria guerra, come si rischiò che accadesse.
Finalmente riusciamo a trovare una collinetta panoramica, sempre presidiata dall’esercito, ma aperta al passaggio dei civili poiché è presente un cimitero di guerra. Dalla collinetta è possibile, grazie ad una terrazza rialzata in cemento, osservare la Cina e con un buon binocolo anche i movimenti delle guardie di frontiera, oltre alle attività della vicina città di Hutouzhen. Il cimitero di guerra dove ci troviamo è il luogo di sepoltura di alcuni soldati sovietici morti durante la seconda guerra mondiale, nell’agosto del 1945. Anche le rovine attorno al cimitero ora assumono una chiara spiegazione. In questa altura avvenne uno scontro tra i giapponesi che occupavano la Manciuria cinese e le truppe sovietiche che su richiesta degli Stati Uniti aprirono nell’estate del 1945 un secondo fronte contro il Giappone. Incredibile pensare che tra le vittime potrebbero esserci sopravvissuti alle battaglie di Stalingrado o Berlino che settimane dopo la fine della guerra in Europa potrebbero essere finiti a morire nell’Estremo oriente.
Il viaggio riprende con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile a Vladivostok senza entrarvi per lasciare alla mattina successiva, con tutte le energie del riposo, la soddisfazione per il compimento dell’impresa. Il caldo e i panorami toscano-maremmani continuano a scorrere sotto i nostri occhi, intervallati da qualche centrale elettrica e dall’enorme cementificio, che merita di essere citato, di Spassk-Dal’nij. Qui beviamo un caffè in un curioso bar orgogliosamente dedicato alla storia del cementificio locale. Una curiosità che non viene subito colta guardando un atlante geografico è che siamo esattamente alla stessa latitudine di Sansepolcro, nostra terra di origine. Questo spiega il perché della vegetazione mediterranea e del caldo compatibile con la toscana alla fine di luglio. Un altro elemento di riflessione è che nonostante siamo a pochi chilometri dalla Cina, dalla Corea e poche miglia marine dal Giappone, nulla in questa parte di Russia ci ricorda di essere in Asia. Paradossalmente è come vivere in una lunghissima appendice d’Europa che si spinge fino al confine con queste tre storiche culture. Ci fermiamo a circa cento chilometri da Vladivostok, presso la città di Ussurijsk, che in Russia tutti conoscono per essere una sorta di capitale della tigre siberiana. Non è un caso che nella piazza principale del paese si possa trovare la statua del guardiacaccia con il cucciolo di tigre. Questa specie, una dei più grossi felini del pianeta, fino a poco tempo fa era in serio rischio di estinzione. Oggi si stima che gli esemplari dovrebbero essere tornati sopra al centinaio di unità. Come è facile immaginare il pericolo non è affatto rientrato, ma il lavoro delle autorità russe, cinesi e nordcoreane per favorire il ripopolamento sta dando i risultati sperati. L’hotel Nostalgy e il suo kafè del piano terra ospitano il nostro ultimo riposo prima dell’arrivo a Vladivostok e sull’oceano!
 
Come è cambiato il mondo in dieci anni?
– Si è imboccata la giusta strada per salvare la tigre siberiana, detta anche tigre dell’Ussuri. Se negli anni passati il numero degli animali continuava a diminuire, finalmente grazie ad un massiccio lavoro che coinvolge Russia, Cina e Corea del Nord, il grande felino è tornato a popolare il territorio dell’Estremo oriente.
Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

 

Giorno 38 – Con il metano fino all’oceano!

23 luglio 2018, Chabarovsk (5 km) – Tot. 13.711

Finalmente un notte tranquilla in un appartamento con tutte le carte in regola e senza problemi di pulizia, umidità o letti poco confortevoli. Il primo impegno della mattinata è una sorpresa da parte di Gazprom e del responsabile per lo sviluppo della filiale italiana Sergej Colin, che alcuni giorni fa ci avevano segnalato la possibilità di fare un rifornimento in una stazione privata situata a Chabarovsk, previo contatto con il responsabile, il signor Aleksej: l’operazione va in porto e veniamo autorizzati a rifornirci in questo luogo “non ufficiale” e non segnalato da nessun sito o carta del mondo del metano. Ci dirigiamo in una zona periferica della città dove in un piazzale in mezzo ad alcuni edifici con attività legate al settore meccanico vediamo alcuni autobus di fabbricazione cinese con evidenti scritte CNG o NGV, indicanti il metano. Qui c’è il quartier generale della realtà guidata da Aleksej che si occupa di rifornire gli autobus a metano della città attraverso carri bombolai che prelevano il gas del metanodotto proveniente dall’isola di Sakhalin. Aleksej ci offre il pieno di metano ed è un piacere agganciare la nostra Hilux all’attacco europeo presente sul carro bombolaio e poter tornare ad usare il gas naturale assieme al gasolio. C’è stupore ed interesse nei nostri confronti e non mancano domande sul diesel-metano e sul nostro viaggio. Foto di rito e ripartenza verso la nostra casa dove lasceremo parcheggiata la Hilux per l’intera giornata. A questo punto è evidente che riusciremo a coprire la distanza che ci separa da Vladivostok e dall’Oceano Pacifico usando nuovamente il diesel-metano. Allo stesso tempo con questo pieno saremo in grado di varcare la frontiera cinese per poi cominciare a cercare le stazioni di metano anche prima di Pechino. Dei 14.500 chilometri che avremo percorso una volta raggiunto l’oceano, solo circa 2.200 (pari al 15% della distanza complessiva) sono stati percorsi senza metano. Non era possibile fare diversamente dato che pur di rifornire in tutte le stazioni utili, e coprire l’85% del percorso usando il metano, abbiamo anche allungato di oltre 400 chilometri l’intero viaggio.

La giornata di relax a Chabarovsk prosegue usando i già citati autobus cittadini a metano, prevalentemente “made in Cina”, che hanno sostituito molti dei vecchi e inquinanti bus russi. La soluzione del diesel-metano sarebbe perfetta per i vecchi autobus che circolano in Russia, ma almeno qui a Chabarovsk ancora siamo lontani dall’importare questo tipo di tecnologia. Prima tappa nella floreale Piazza Lenin, dove oltre alla statua del noto leader si possono ammirare aiuole e fontane. Qui incontriamo Mr. Ding, un giovane cinese incuriosito dalle nostra magliette della Torino-Pechino. Con lui scambiamo qualche parola sul prosieguo del nostro viaggio in Cina. Piacevole passeggiata nella strada principale della città, Ulica Muravyova-Amurskogo, che conduce fino ad un belvedere che domina dall’alto l’ansa del grande fiume Amur. Poco lontano si trova il luna park con vicino una spiaggia sul fiume molto frequentata. Proviamo la ruota panoramica per vedere dall’alto la città e ci gustiamo degli ottimi shashliki (spiedini di carne) in uno dei ristoranti del parco giochi. Sazi di cibo ci cimentiamo nella risalita della collinetta che domina l’Amur e dove si trova il monumentale luogo dove si ricordano le vittime della Grande Guerra Patriottica con la consueta fiamma eterna. Tutti i nomi dei caduti di questa regione sono elencati in grandi pareti e tutto ciò fa una discreta impressione. Contrapposto a questo monumento ce n’è uno più piccolo con tutti i morti di altri conflitti in cui Urss e Russia hanno partecipato. I nomi degli ultimi quattro caduti in Siria sono molto recenti.

Con il bus a metano ci rechiamo nei pressi della stazione della Ferrovia Transiberiana per provare a visitare l’interessante museo dedicato alla costruzione della ferrovia in estremo oriente. Purtroppo il museo è chiuso per restauro, esattamente come scritto nella nostra guida risalente al 2006. Ci consoliamo con la bella statua di Erofej Pavlovich Chabarovsk, esploratore russo che nel diciassettesimo secolo contribuì alla conquista di queste terre e che ha dato il nome, anzi il “cognome”, a questa grande città, mentre nome e patronomico li ha dati a Erofej Pavlovich, il piccolo avamposto dove abbiamo dormito alcune notti fa dopo la fine del difficile tratto di strada dopo Chita.

In vista della partenza di domani mattina verso Vladivostok decidiamo di ripetere la cena casalinga a base di pelmeni e non dormire troppo tardi.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Rispetto a dieci anni fa a Chabarovsk è arrivato il metano. Grazie all’intraprendenza degli amici che ci hanno regalato il rifornimento odierno, oggi questa città è dotata di numerosi bus a metano e di alcuni mezzi a gas naturale. Il percorso verso l’apertura di una stazione di rifornimento pubblica non richiederà molto tempo.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

Giorno 37 – Viva l’Amur!

22 luglio 2018, Birobidhzan-Chabarovsk (188 km) – Tot. 13.706

Nonostante una forte umidità presente nelle nostre stanze, riusciamo a concludere una lunga dormita nell’ennesima angusta sistemazione che ci ospita. Abbandoniamo l’alloggio attorno a mezzogiorno e ritorniamo nel cuore di Birobidzhan per la visita alla sinagoga e al centro culturale-museo dedicato alla storia di questo luogo. Il complesso si trova non lontano dalla stazione ferroviaria ed è moderno. La maggior parte delle tracce rimaste dei novanta anni di ebraismo in questa terra sono visibili all’interno della piccola esposizione museale, che ospita oggetti e giornali originali degli anni ‘20, ‘30 e ‘40 del secolo scorso. Come abbiamo raccontato ieri, la migrazione degli ebrei, che vivevano principalmente in Bielorussia e Ucraina, cominciò nel 1927, incoraggiata dallo stato sovietico che aveva bisogno di coloni che presidiassero la lunga frontiera cinese e facessero nascere città lungo la Ferrovia Transiberiana. Nel corso dei primi anni circa 40.000 persone arrivarono qui con il mito della possibilità di creare una entità autonoma ebraica all’interno dell’Unione Sovietica, cosa che avvenne nel 1935. Le condizioni di vita in questo luogo non erano delle migliori. La zona era paludosa ed edificare la città non fu semplice. Se a questo aggiungiamo i rigori dell’inverno si può facilmente capire perché molti di loro nei decenni successivi abbandonarono la regione. Il colpo di grazia avvenne con la caduta dell’Urss e con la possibilità per molti ebrei di espatriare in Israele. Da quel momento la comunità locale si è ridotta ad un numero marginale e desta in noi ammirazione vedere che viene mantenuta aperta una scuola dove si può imparare l’yiddish, che almeno sulla carta è la seconda lingua ufficiale dell’Oblast’ Autonoma Ebraica.

Il richiamo della domenica italiana ci porta a concederci un piatto di pasta, sempre al “Felicità”, assolutamente non all’altezza della situazione e delle aspettative che avevamo. Riprendiamo il viaggio verso l’Oceano Pacifico e verso la città di Chabarovsk, facile obiettivo di giornata e lontano meno di 200 chilometri da Birobidzhan. La P-297 è ormai tornata ad essere una stradina che attraversa villaggi e questo alza molto i tempi di percorrenza. Tornano anche i fitti autovelox e la polizia pronta a sanzionare gli autisti indisciplinati. Pochi chilometri prima di Chabarovsk, in concomitanza con l’attraversamento del grande fiume Amur, chiudiamo la nostra esperienza ebraica per entrare nel Kraj (territorio) di Chabarobsk. L’Amur per gran parte del suo corso segna il confine con la Cina costituendo un punto di contatto importante per commercio e contrabbando. Se d’estate la massa d’acqua è attraversabile solo con barche, d’inverno grazie al ghiaccio diventa una autostrada per trafficanti di ogni cosa possibile tra Cina e Russia. Con questa vasta ansa l’Amur svolta verso nord andando a sfociare molto lontano da qui, mentre il confine con la Cina prosegue lungo l’affluente Ussuri. Molte delle cose che conosciamo relative al fiume Amur sono legate alla lettura di “Buonanotte Signor Lenin” di Tiziano Terzani. Lo scrittore toscano si trovava in navigazione lungo l’Amur durante il golpe dell’agosto del 1991 e riuscì a vivere in una posizione giornalisticamente privilegiata tutto il calvario che portò a fine anno alla dissoluzione del più vasto paese del mondo.

Troviamo un piacevole alloggio alla periferia est di Chabarovsk dove decidiamo di trascorrere due notti per poter visitare con la massima tranquillità l’importante città. Questo sarà il luogo dove dormiremo più ad est dell’intero viaggio, visto che da domani la strada oltre che in direzione sud piegherà anche verso ovest. Serata casalinga a base di pelmeni comprati al negozio vicino casa. Serve riposo per gestire al meglio le energie in vista degli ultimi 750 chilometri per raggiungere Vladivostok e l’Oceano.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Dieci anni fa la soluzione dell’alloggio temporaneo in un appartamento privato era poco in uso. Basta pensare che nell’intero viaggio del 2008 potemmo adottare questa soluzione soltanto una volta.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

Giorno 36 – La terra promessa

21 luglio 2018, Belogorsk-Birobidhzan (km.473) – Tot. 13.518

Nelle prime ore del mattino lasciamo il malsano Hotel Vstrecha (“Incontro”), dove decidiamo di non fare neppure colazione. Per il terzo giorno consecutivo continua la strada buona, ma come sempre priva di servizi essenziali. Riusciamo a berci un caffè e mangiare qualcosa di caldo solo dopo 140 chilometri, mentre per il quotidiano pieno di gasolio si devono aspettare oltre 200 chilometri dopo la partenza. Il paesaggio continua ad essere caratterizzato dal verde intenso, ma oggi le montagne sono declassate a collinette e c’è una grande presenza di pianure con fiumi, torrenti, stagni e laghetti. In questo scenario raggiungiamo un nuovo confine amministrativo dove per l’ultima volta spostiamo le lancette dell’orologio un’ora avanti passando a +8 dall’Italia e +7 da Mosca. Finisce l’oblast dell’Amur per lasciare spazio ad una delle entità geografiche più curiose della Russia. Entriamo con le consuete foto di rito nell’Oblast’ Autonoma Ebraica, una terra caratterizzata da una storia molto interessante che racconteremo più avanti. Da questo momento la strada P-297 ricomincia ad attraversare i piccoli paesi e di conseguenza ad aumentare le possibilità di consumare un pasto. Nei pressi del paesino di Izvestkovyj ci fermiamo in un desolato kafè dove incontriamo il titolare Vasilij, 71 anni, che oltre ad offrirci vodka che gentilmente rifiutiamo ci racconta il suo sogno di diventare poligamo, oltre che manifestare amicizia e simpatia verso l’Italia. Dopo giorni che ci siamo sentiti trattare come spie o come pericolosi terroristi, l’amicizia di Vasilij è un buon segnale di ritorno ad una situazione più normale per gli stranieri.

Ancora due ore di strada in mezzo alle solite valli e fitta vegetazione ed arriviamo a Birobidzhan, capoluogo amministrativo della regione. Qui ci aspetta l’ennesimo curioso alloggio prenotato via booking. Finiamo in una specie di piano interrato e ci dividiamo in due stanze, una doppia che può essere definita normale ed una singola della grandezza di due metri quadri. L’abbiamo misurata. Dopo essersi rilassati andiamo a fare turismo in questa eccentrica città dove i nomi delle strade e molti cartelli stradali sono scritti in russo e in yiddish. Sul piazzale della stazione ferroviaria, giusto per dare il benvenuto a coloro che arrivano in treno, praticamente tutti tranne noi, c’è una “menorah”, il tipico candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica. Poco oltre si incontra un curioso monumento a forma di carretto trainato da un cavallo con a bordo due dei primi coloni di origine ebraica che arrivarono qui nel 1927 con la speranza di poter contribuire allo sviluppo e crescita della “terra promessa”. La scelta di questa area da colonizzare non arrivava dai libri sacri della religione ebraica, ma semmai da Stalin e dal sistema di potere sovietico desideroso di popolare queste delicate aree al confine con la Cina. La parte interessante della città è raccolta tra la stazione e il fiume Bira che assieme all’affluente Bidzhan danno il nome alla città. Naturalmente non manca la statua di Lenin, il Parco dedicato alla Grande Guerra Patriottica, un bel lungofiume e addirittura un monumento, non in buone condizioni, che sancisce l’amicizia tra la Russia e la davvero vicina Cina. Guardiamo velocemente anche il centro culturale ebraico e la vicina sinagoga, dato che occuperemo tempo per visitare questo complesso e il relativo museo che racconta la storia di questo territorio nella giornata di domani.

Come ieri, attorno alle 12.30 dell’orario italiano ci colleghiamo per una diretta con gli amici di EcoFuturo con i quali facciamo il punto della situazione relativa al nostro viaggio. A seguire, dopo giorni di pasti difficili e spesso senza la possibilità di scegliere, sentiamo il bisogno di andare alla pizzeria Felicità, non lontana dalla stazione ferroviaria e non gestita da italiani. La pizza è poco simile a quella “made in Italy”, ma le foto nelle pareti sono tutte di città e personaggi della nostra Penisola. Rientriamo nelle nostre stanze prima del consueto per cercare di riposare il maggior tempo possibile. Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– In questa zona del mondo la maggior parte delle auto ha la guida a destra. Si tratta di auto importate dal Giappone e destinate a circolare nei paesi con guida a sinistra. Dieci anni fa il fenomeno era diffuso pure nella Russia europea e le auto “nuove” arrivavamo dopo un viaggio di 10.000 chilometri via terra lungo strade non facili. Il fenomeno di coloro che guidano auto dal porto di Vladivostok fino all’Europa per poi rivenderle è in netto calo, ma l’arrivo di auto con guida a destra non è scomparso.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale.

Giorno 35 – Siberia chiama EcoFuturo

20 luglio 2018, Erofej Pavlovich-Belogorsk (675 km) – Tot. 13.045

La notte trascorre tranquilla e complice la nostra enorme stanchezza non sentiamo l’infinito traffico ferroviario della vicina stazione. Neppure il continuo vociare dell’altoparlante disturba il nostro sonno. Erofej Pavlovich di giorno è attorniata da una nuvola di polvere sollevata dalle auto che percorrono le strade bianche. I piccoli negozi pullulano di gente e tutto sommato c’è una discreta vitalità visto che questo è l’unico centro abitato con la presenza di molti servizi nel raggio di centinaia di chilometri. La strada che ci riporta alla P-297 è piena di buche, ma in compenso il ritorno nella via principale ci conferma ancora una volta la buona qualità di questa arteria vitale per il traffico da una parte all’altra della Russia. Se pensavamo che con Erofej Pavlovic saremmo tornati alla normalità ci sbagliavamo di grosso. Dobbiamo percorrere 150 chilometri per trovare un altro centro abitato con un distributore di benzina e gasolio. La fortuna non ci assiste e arriviamo durante la chiusura tecnica per il rifornimento dello stesso distributore dal camion che trasporta il carburante. Non possiamo andare alla stazione di servizio successiva perché metteremmo a rischio la nostra autonomia. Ancora un volta capiamo di aver sbagliato nel consumare tutto il metano che avrebbe potuto raddoppiare la nostra percorrenza chilometrica. Dopo mezz’ora, comunque, possiamo ripartire con il serbatoio pieno.

Il paesaggio continua a regalarci scenari simili alle valli del nostro Appennino con l’alternarsi di alture e pianure. Numerosi i laghi e i fiumi che incontriamo. Dopo altri 150 chilometri dal rifornimento di gasolio troviamo un’altra oasi di vita dove c’è il kafè “777”, un piccolo albergo, un’officina per camion e addirittura una piscina. La cosa più sorprendente sono i bagni pulitissimi in muratura a 10 rubli per ogni utilizzo. Pranzano con noi anche gli autisti di un camion che sorpassiamo da almeno due settimane lungo il nostro itinerario, oltre ad un’auto con roulotte che osserviamo da alcuni giorni. Simpatica la scena di un gigantesco camion che trasporta da chissà quale villaggio alcune mamme con bambini diretti alla piscina. Ci abituiamo agli ormai consueti verdi e piatti scenari che attraversiamo nelle lunghe ore all’interno del nostro veicolo. Oggi dobbiamo tassativamente fermarci prima del previsto visto che alle 12.30 dell’orario italiano, che corrispondono alle nostre 19.30, abbiamo il videocollegamento con Ecofuturo, il festival dedicato alle innovazioni ecologiche in svolgimento a Padova fino al 22 luglio. Per questo scegliamo un luogo di sosta lungo il nostro percorso e senza avventurarsi all’interno della città di Belogorsk, dove una strada alternativa si separa in direzione Cina. Molto “divertente” la scenetta con la padrona del piccolo albergo che ci ospita, dato che minaccia di chiedere un intervento della polizia se non spostiamo la nostra auto dalla strada che abbiamo scelto per il collegamento con Ecofuturo, troppo vicina al suo hotel. Ancora un volta in questa zona geografica di Russia capiamo che la popolazione locale non vede spesso il transito di stranieri, all’infuori dei cinesi. Ci adeguiamo e parcheggiamo l’auto in modo più consono alla qualità della strada sterrata dove ci troviamo. Cena nel kafè all’interno dell’albergo, uno dei pochi luoghi di riferimento di coloro che percorrono la P-297, ma non sicuramente il migliore visto che difetta abbondantemente di pulizia, almeno per quanto riguarda la camera che ci viene consegnata. Altra cosa da segnalare nella zona che abbiamo attraversato oggi, che dista mediamente sempre meno di 100 chilometri dal fiume Amur che segna il confine con la Cina, è la presenza di molte postazioni militari anche seminascoste nel bosco non lontano dalla strada. Almeno due volte riconosciamo dei camion con sopra i lanciamissili “katiusha” e constatiamo che sono sempre messi in posizione abbastanza visibile dalla strada, forse per fare in modo che i cinesi di passaggio raccontino presso la loro madre patria che la Russia non è disponibile a regalare pezzi di Siberia allo scomodo e popoloso vicino di casa.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Anche oggi non possiamo che sottolineare come questa strada P-297 abbia molto migliorato la qualità della vita di coloro che popolano i paesini che la circondano. Oggi le persone che abitano in questi villaggi possono tentare di lavorare sia nei servizi ferroviari, ma anche in quelli di supporto alla strada, cosa di cui al momento ci sarebbe grande bisogno.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno Cinghiale

Giorno 34 – P297, la strada che non c’è

19 luglio 2018, Chita-Erofej Pavlovic (816 km) – Tot. 12.370

Contrariamente ai programmi che prevedevano una levata mattutina molto audace, si ipotizzava di partire alle 5.00, decidiamo di lasciare il nostro alberghetto alla periferia di Chita alle 8.30.
La decisione tiene conto della stanchezza accumulata nella giornata di ieri e di qualche notizia confortante relativa alla strada che andremo a percorrere oggi, la P-297 “Amur”. Guardando qualsiasi vecchio atlante geografico si può notare come non esista alcuna strada che da Chita vada verso il Pacifico rimanendo all’interno dei confini russi. Allo stesso modo, se percorrete verso est la strada che da Chabarovsk costeggia il confine cinese, emerge che manca un collegamento stradale parallelo alla ferrovia Transiberiana. Questa strada che non c’è fu realizzata circa dieci anni fa, ma il completamento dell’asfalto e la percorribilità per normali auto è notizia molto più recente.
Coloro che hanno percorso la P-297 raccontano cose spesso contrastanti sullo stato della strada. Oggi è arrivato il momento di verificare chi abbia ragione.
Prima di prendere il via salutiamo Hugo Caneiro, il motociclista spagnolo che cercherà di raggiungere il Pacifico per la strada che conduce a Magadan. La pioggia di prima mattina non aiuta il suo cammino, ma del resto anche il suo programma di viaggio è molto intenso e non può permettersi grandi rallentamenti. Noi sì, visto che partiti da Chita imbocchiamo la strada che porta direttamente in Cina invece che quella per Vladivostok. Ci accorgiamo della cosa dopo 35 chilometri e fra tutto perdiamo una preziosa ora di viaggio.
Rifacciamo un nuovo rifornimento di gasolio poiché ci è stato consigliato di non affrontare la P-297 a serbatoio non pieno, vista la quasi assenza di stazioni di rifornimento. Se non avessimo fatto questo ulteriore acquisto di gasolio avremmo davvero avuto difficoltà visto che per quasi 600 chilometri non abbiamo trovato un altro rifornimento compatibile con il nostro motore. Forse avremmo fatto meglio a lasciare il metano di Bratsk per questa occasione, visto che sarebbe stato utile aumentare l’autonomia della nostra Hilux dai circa 700 chilometri che garantisce la versione diesel al quasi doppio del diesel-metano.
Lungo la strada continua il verde paesaggio con alternarsi di fiumi, laghi, valli, pianure e montagne. Tratti boscosi e altre parti di pianura fino a Chernyshevsk, dove pranziamo, visto che questo era l’ultimo paese raggiungibile con la vecchia strada riportata nella carte geografiche. Da qui comincia il nulla, visto che per circa cinquecento chilometri incontriamo un unico punto di ristoro, una stazione di servizio senza gasolio e un solo villaggio nei pressi della strada rimasto fuori dal tempo. Qui ci avventuriamo per le bianche strade, assaporando anche un terribile caffè nel bar locale, solo per capire come vive la gente in questo luogo dimenticato da tutti, tranne che dalla Ferrovia Transiberiana. Dopo oltre sei ore senza segnale telefonico ricominciano ad arrivare le notifiche dei messaggi ricevuti. Il confine tra la Transbajkalia e l’oblast dell’Amur rappresenta una sorta di ritorno alla civiltà. Infatti dopo circa trentacinque chilometri troviamo ad Erofej Pavlovich un albergo che ci era stato segnalato alla stazione di servizio senza gasolio 150 chilometri prima. Quasi piena di cinesi e molto cara, questa struttura lungo la strada, e quindi siamo costretti a spostarci dentro il villaggio che sorge attorno alla stazione della Transiberiana e che porta il nome dell’esploratore russo del XVII secolo Erofej Pavlovic Chabarov, cui è intitolata anche la città di Chabarovsk, nostra futura destinazione. Erofej Pavlovic non è certo il più turistico dei luoghi, ma dopo la quantità di desolazione affrontata oggi ci sembra una metropoli. Oltre all’albergo Udacha (Fortuna) riusciamo a soddisfare il nostro appetito alla mensa dei lavoratori della stazione ferroviaria. Seconda parte della serata in un interessante bar con palla specchiata in stile discoteca, dove si ritrovano alcuni dei giovani locali. Per coloro che non si possono permettere il bar c’è il piacevole passatempo di un sovrappasso ferroviario da dove guardare il passaggio dei numerosi treni in transito.
Ultimi esseri viventi incontrati nelle buie strade, prima di concederci un giusto riposo, sono tre mucche che sembrano avere smarrito la via di casa.
Anche oggi in oltre ottocento chilometri non abbiamo incontrato neppure una pattuglia della polizia. Temevamo questa giornata, soprattutto per l’impossibilità di soccorso o di comunicazione in caso di problemi nella zona non abitata attraversata. Per quanto riguarda la qualità delle spesso non piacevoli strade russe, va riconosciuto che la P-297 è stata una delle meno problematiche, come fondo stradale, affrontate finora.

Cosa è cambiato in dieci anni?

– Oggi è più facile del solito rispondere a questa domanda: c’è una grande strada che collega oriente e occidente che dieci anni fa non c’era, anzi era un cantiere a cielo aperto.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno il Cinghiale

Giorno 33 – Il metano finisce con l’ennesimo record

18 luglio 2018, Ulan Udé-Chita (km 667) – Tot. 11.554

Negli appartamenti il tormentone mattutino è se l’acqua ci sia oppure no, mentre negli alberghi il rituale si compie attorno alla registrazione del visto, noto adempimento burocratico che dobbiamo fare ogni tot giorni. Ieri il receptionist ci aveva garantito che non avremmo avuto alcun problema, ed infatti questa mattina la registrazione non c’è. Siamo costretti ad insistere, anche in modo burbero, per venire a capo della situazione. Mentre aspettiamo che la registrazione si compia andiamo a fare qualche foto alla nostra auto nella piazza principale di Ulan Udé. Al nostro ritorno la registrazione è compiuta con le scuse del personale dell’albergo. Si parte verso Chita, altro luogo mitico soprattutto per coloro che sono appassionati di Risiko. Appena fuori Ulan Udé c’è un interessante bivio tra la Torino-Pechino 2018 e quella di dieci anni fa. Infatti la mitica Marea a gpl non andò verso Chita e l’oriente ma si diresse a sud verso la Mongolia. Oggi quel bivio è una naturale fonte di ricordi e della Mongolia ci limiteremo a vedere qualche targa automobilistica di passaggio. In realtà attorno alla strada tutto ricorda la terra di Gengis Khan, visto che oltre le faccie di origine asiatica, anche la toponomastica e alcune insegne di kafè e ristoranti ci ricordano le origini del popolo buriato. In un verdissimo vallone ci fermiamo a fare foto nei pressi di un piccolo tempio buddista, oltre che ammirare lo sconfinato panorama tutto attorno a noi. Il paesaggio è molto diverso da quello incontrato finora, visto che per tutto il giorno percorriamo salite e discese sempre attorniati da montagne. Come già detto, il paesaggio è dominato dal verde in ogni sua sfumatura, potenziato ancora di più dalla vasta presenza di acqua di fiumi, laghi, stagni e oggi pure attraverso rovesci di acqua.

Pochi chilometri dopo il confine amministrativo tra Buriazia e Transbajkalia, oltre a cambiare di nuovo l’ora e portarci a +7 dall’Italia, finisce il pieno di metano di Bratsk, che ci ha permesso di stabilire un nuovo record di percorrenza. I chilometri percorsi sono 1288,5, cifra mai raggiunta fino ad ora. E’ bene ricordare che siamo arrivati in Transbajkalia dopo circa 11.000 chilometri, anzi 17.000 se consideriamo anche il prologo fino a Lisbona per unire i due oceani. Il nostro Hilux con i suoi 160 litri di bombole di metano è arrivato fino a qui: probabilmente nessun veicolo simile nella storia ha potuto fare altrettanto!

Da adesso i restanti circa 3.000 chilometri per arrivare all’Oceano Pacifico saranno fatti usando il solo gasolio, un test comunque utile per comparare i consumi e il risparmio che si può avere con il diesel-metano. Il viaggio continua lentamente per i consueti “remont” (lavori in corso) che ci bloccano spesso in lunghe code. Oggi le parti in terra battuta dove avvengono i lavori sono trasformate in un mare di fanghiglia che ostacola ancora di più la marcia dell’auto. Gli ultimi chilometri sono caratterizzati dallo straripamento di molti piccoli torrenti che costeggiano la strada. Anche Chita è piena d’acqua, al punto di assomigliare a Venezia. Prendiamo una camere in una specie di bed and breakfast periferico. Incredibilmente, qui con noi c’è anche un motociclista spagnolo che abbiamo incontrato più volte lungo il percorso negli scorsi giorni. Le nostre strade presto si separeranno visto che lui si dirigerà verso Magadan nella Russia nord-orientale. La serata si conclude prima in un piccolo ristorante non lontano dall’albergo dove intratteniamo il personale raccontando il nostro viaggio, poi nel piazzale dello stesso locale, dove subiamo una truffa molto di moda da queste parti e soprattutto in Mongolia: mentre uscivamo dal parcheggio in retromarcia, un taxi in assoluto silenzio e soprattutto in modo volontario si avvicina per farsi leggermente urtare dal nostro veicolo. Ovviamente la peggio spetta al piccolo taxi, che rimedia una ammaccatura alla carrozzeria. Il taxista è assolutamente conciliante e comprensivo, oltre a chiederci 5.000 rubli per i danni. Ne avrà la metà e resterà comunque soddisfatto della cifra raccolta. Osservando le numerose tracce di episodi simili sul veicolo del taxista abbiamo la conferma della sua ricerca volontaria di collisione. L’ora tarda, il non cercare storie con la polizia e la voglia di non perdere tempo ci convincono a cedere alle richieste del simpatico individuo che ci regala numerose strette di mano per ringraziare.

Come è cambiato il mondo in dieci anni?

– Da oggi e per le prossime due settimane le comparazioni saranno più complesse visto che ci stiamo addentrando in luoghi completamente nuovi. In ogni caso oggi abbiamo notato la completa assenza della polizia nell’intero percorso, cosa che dieci anni fa non era neppure immaginabile.

Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Emanuele Calchetti, Marina Khololei, Bruno il Cinghiale