9 ottobre 2018, Spittal am der Drau-Affi (345 km – tot. 34.293)
La sveglia in montagna è una cosa insolita per le dinamiche del nostro viaggio, ed è piacevole vedere le alte vette attorno alla valle della Drava. Tra l’altro questo fiume è protagonista di un triste episodio avvenuto nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Nella vicina Carnia, che abbiamo attraversato poco meno di quattro mesi fa, dopo la caduta del fronte sovietico successivo alla Battaglia di Stalingrado, i cosacchi alleati dei tedeschi furono evacuati qui con il sogno di una nuova patria. In meno di due anni il fronte arrivò in Italia e i cosacchi ebbero paura di arrendersi ai partigiani italiani che arrivavano da sud o ai soldati jugoslavi e sovietici che avanzavano da est. Si trasferirono a Spittal e si consegnarono agli inglesi con la speranza di non essere poi passati ai sovietici. Londra era già in accordo con Mosca e al momento in cui i cosacchi compresero il proprio destino, molti decisero di suicidarsi nella Drava. I numeri non sono chiari, c’è che racconta di centinaia di morti e chi di oltre ventimila. Nel cimitero cosacco di Lienz riposano almeno settecento di coloro che morirono in questa occasione. Altro particolare poco noto è che la Drava nasce in territorio italiano ed è il fiume più lungo tra quelli che scorrono o transitano in Italia. Con i suoi 749 chilometri si getta sul Danubio dopo aver toccato Italia, Austria, Slovenia, Croazia ed Ungheria. Quindi la sorgente della Drava, nel comune di Dobbiaco, è oltre lo spartiacque alpino. Questo singolare aspetto riguarda solo una piccolissima parte del territorio italiano e accomuna la parte finale della Valpusteria alle zone di Tarvisio e Livigno.
Proprio in questo contesto geografico attraversiamo il confine tra Austria e Italia che dopo 115 giorni ci riporta in Patria. Foto di rito nei pressi della struttura confinaria in disuso e rilancio social, come da tradizione, dell’evento. Ancora pochi chilometri e raggiungiamo il paese di Brunico dove c’è la sede di Bts Biogas, uno dei principali compagni di viaggio della nostra avventura. Assieme a Riccardo, presente anche alla partenza di Torino, visitiamo l’impianto di trasformazione di San Lorenzo, ad un paio di chilometri da Brunico. L’impianto in questione è ubicato in un bel contesto naturale e produce energia grazie al conferimento di letame da parte dei numerosi piccoli produttori presenti nella vallata. Quindi in questa caso non c’è un grosso allevamento proprietario dell’impianto, ma tutto è affidato al consorzio degli allevatori e agricoltori locali. La cultura ambientale presente in questa terra è sicuramente favorevole per incentivare questo tipo di attività.
Lasciamo Brunico regalandoci un ottimo pranzetto lungo la strada che scende a Bressanone. Si torna a mangiare italiano, seppure con accento altoatesino. Speck, formaggi e vino Lagrein ci fanno riscoprire il piacere eno-gastronomico di questo territorio. Proseguiamo la discesa nella valle dell’Adige e raggiungiamo Affi, dove si trova la sede operativa sempre di BTS Biogas. Qui incontriamo molte delle persone che ci hanno seguito in questi lunghi mesi di viaggio e sia Bruno che Guido non si sottraggono alle numerose foto a ricordo di questa visita. Realizziamo, con l’aiuto dell’agenzia pubblicitaria Prograf di Verona, partner di BTS, anche dei videclip che raccontano alcuni aspetti del nostro viaggio.
Considerato che anche domani saremo impegnati in zona per la fiera OIL&NONOIL, decidiamo di restare a riposare qui, alloggiando nell’albergo di fiducia di Bts a metà strada tra Affi e il vicino Lago di Garda. A cena riscopriamo il significato, quasi dimenticato, della parola pizza. La tentazione di mangiarne una seconda è davvero grande, ma poi prevale lo spirito di conservazione in vista delle due ultime giornate di viaggio prima del ritorno in Toscana. Passiamo al riposo solo quando abbiamo completato la prima parte di riorganizzazione delle foto che mostreremo giovedì sera all’incontro con la cittadinanza di Sansepolcro.
Equipaggio del giorno: Guido Guerrini, Bruno Cinghiale e tutti gli amici di BTS Biogas
il Danubio e raggiungere il confine ungherese. La nazione magiara diventa il venticinquesimo stato sovrano toccato dalla Torino-Pechino 2018. Pochi chilometri, ma ricchi di significato. Infatti ci fermiamo poco prima del confine austriaco lungo la strada che collega Sopron a St. Mararethen am Burgeland. Qui sorge un memoriale a ricordo di alcuni fatti avvenuti nel corso del 1989. Naturalmente anche da qui passava la cortina di ferro che divideva l’Europa occidentale da quella orientale. Nell’ottica delle riforme in atto in Ungheria a fine anni ‘80, la classe politica magiara decise di alleggerire la sorveglianza ed i dispositivi di sicurezza lungo il confine occidentale. Nel giugno dell’89 i due ministri degli esteri, l’ungherese Horn e l’austriaco Mock, tagliarono assieme una parte della recinzione che separava le due nazioni. Circa due mesi dopo, il 19 agosto, fu organizzato un pic-nic a cavallo della linea di confine. Fu permesso per tre ore di muoversi liberamente da entrambe le parti. Oltre ai cittadini austriaci ed ungheresi, si presentarono a sorpresa, qualche centinaio di turisti tedesco orientali che erano in vacanza sul lago Balaton. I soldati ungheresi non presero provvedimenti e cominciò la prima fuga di massa verso la Germania Ovest. Questo contribui ai fatti che portarono nel successivo novembre alla caduta del Muro di Berlino. Oggi una serie di monumenti ricordano quel curioso pic-nic. Anche la vecchia cortina è stata ricostruita fedelmente per un breve tratto di pochi metri. Davvero bella la lunga pista ciclabile costruita al posto della strada militare che serviva per pattugliare la frontiera. Una scritta in più lingue afferma che quel giorno, qui, è nata l’Europa. A meno di venti metri, nella vecchia postazione di confine, sono tornati i doganieri austriaci che fanno controlli ad alcune delle auto che dovrebbero circolare liberamente all’interno dell’area Schengen. Il ripristino dei parziali controlli sul confine stona molto con il significato di questo luogo.
di letame in energia. Questo interessante programma ci costringerà a varcare il confine italiano nei pressi di Prato alla Drava, nell’alta Val Pusteria, rompendo la storica tradizione del passaggio dalla cittadina friulana di Gonars. Falliamo il rifornimento al metano di Villach a causa di un guasto all’erogatore della stazione di rifornimento. Poco male, visto che il metano caricato a Cracovia sta regalando grosse soddisfazioni in tema di consumi e ci permetterà di raggiungere l’Italia senza problemi. Ancora cinquanta chilometri e troviamo alloggio in una Gasthof situata in una frazione di Spittal am der Drau. Nonostante il fatto che siamo gli unici clienti e nonostante il lunedì la cucina del ristorante sia chiusa, la signora che gestisce l’attività fa uno strappo alla regola e ci somministra dell’ottimo Wiener Snitzel con patate e l’immancabile birra. In questa atmosfera andiamo a dormire più presto del solito.
Se ci fossero dubbi relativamente a dove siamo e che giorno della settimana sia oggi, bastano pochi chilometri di strada per chiarire la cosa. La domenica in Polonia è giorno di messa. In ogni città che attraversiamo, piccola o grande, tutte le auto si accentrano nei parcheggi e nelle strade vicino alle chiese. Questo favorisce la facile circolazione del nostro Toyota Hilux che si trova bruscamente a rallentare solo nei pressi delle chiese. Anche gli infiniti cantieri della S8 che collega Varsavia ai confini orientali sono insolitamente privi di traffico. Queste deviazioni stradali ci opprimono da ormai diversi anni e l’ingrandimento della pur ottima strada sembra non terminare mai. Approfittiamo dello scarso traffico di Varsavia per una passeggiata nel centro della città. Parcheggiamo l’auto nei pressi del celebre Palazzo della Cultura, un grande edificio in stile sovietico-staliniano che ricorda i palazzoni di Mosca chiamati “sette sorelle”. Questa ottava sorella è al centro di un dibattito tra coloro che la vorrebbero abbattere e quelli che sostengono che ormai faccia parte dello skyline di Varsavia. Nel frattempo tutto attorno sorgono come funghi altri grattacieli con stili
architettonici decisamente più moderni. Riprendiamo il cammino verso la Polonia meridionale tradendo la consueta strada che porta verso Katowice e Czestochova. Decidiamo di raggiungere Cracovia dove ci aspettano gli amici Lukas e Artur, pluripartecipanti a numerosi ecorally in giro per l’Europa. La strada è comunque buona e permette di viaggiare con una certa andatura. Nei pressi della bella città, capoluogo del voivodato di Piccola Polonia, riforniamo anche di gasolio a prezzi molto convenienti. Alle 17 in punto siamo alla stazione di metano situata alla periferia ovest della città dove ci incontriamo con Lukas e Artur. Fotografie di rito durante il rifornimento di gas naturale. Se andassimo diretti fino a Torino, oppure in Toscana, con questi ultimi due pieni avremmo un’autonomia sufficiente a raggiungere le destinazioni finali. Ci trasferiamo a casa di Lukas e finalmente ho l’onore di conoscere la storia della famiglia Nytko e del Nytko Racing 
L’eccezionale colazione del Biplan, nella rinnovata sala a disposizione degli ospiti, sembra far cominciare bene la giornata dell’equipaggio della Torino-Pechino. Anche il meteo promette sole e temperature sopra i quindici gradi, cosa che mancava da diversi giorni e quindi abbiamo un’ottima luce per fare le foto all’auto assieme alla collezione di cannoni presenti nel parcheggio dell’albergo. Oggi in Lettonia ci sono le elezioni per il rinnovo del parlamento nazionale. Un quadro molto frammentato vede il partito filorusso Armonia guidare i sondaggi elettorali. La sensazione è rafforzata dalle file davanti ai seggi elettorali di Daugavplils, che essendo abitata in prevalenza da russi vedrà sicuramente conferire ad Armonia una elevata percentuale. Con questo scenario lasciamo la città dopo aver fotografato l’enorme soldato che, guardando verso ovest, difende la città dai nemici germanici. Ad accompagnarci, ironia della sorte, anche la musica di Radio Alisa Plus che trasmette solo in lingua russa. Meno di trenta chilometri e si passa in Lituania dove il paesaggio continua ad essere caratterizzato dai molti laghetti attorno alla strada. Deviamo verso Vilnius dove dobbiamo obbligatoriamente sostare per il rifornimento di
metano. Raggiunto uno dei tre luoghi dove si può fare rifornimento di gas naturale in Lituania, ci accorgiamo di qualcosa di anomalo alla gomma posteriore sinistra, la stessa riparata dopo la foratura in Mongolia circa 12.000 chilometri fa. Concluso il rifornimento proviamo a riportare la pressione della ruota al livello di esercizio e questo ci conferma che c’è una perdita di aria consistente. Su suggerimento del gasista raggiungiamo un gommista aperto di sabato pomeriggio che possa risolvere il problema. Purtroppo ci sarà da aspettare molto visto che non siamo gli unici clienti. Alla fine passiamo il tempo passeggiando in città e dopo circa quattro ore siamo in grado di riprendere il viaggio nella massima sicurezza e con 25 euro di meno. La riparazione fatta dopo la Mongolia è stata rimossa e sostituita con una nuova e, forse, più efficace. Il traffico del sabato pomeriggio della capitale lituana ci accompagna lentamente verso l’uscita occidentale della città ed una volta evitato il bivio per la Bielorussia siamo lanciati in direzione Varsavia, che sarebbe stato l’obiettivo di giornata. Al confine la polizia lituana decide di approfondire la conoscenza con la nostra Toyota Hilux e così veniamo fermati per circa dieci minuti. Crediamo che i tutori dell’ordine abbiano avuto più curiosità di vedere da vicino il veicolo che l’intenzione di un vero e proprio controllo. Pochi minuti dopo avviene l’ingresso in Polonia; tornati dopo tre mesi e mezzo al fuso orario italiano, calano le tenebre. Viaggiare nei boschi polacchi risulta difficile e qualsiasi velleità di raggiungere almeno Varsavia viene soffocata dal realismo. Sosta per la notte a Ludza, importante crocevia tra le strade che conducono dall’Europa verso i Baltici o la Bielorussia. L’economico motel Zaicisze e il vicino ristorante sull’altro lato della strada allietano le ultime ore prima del meritato riposo. Per il secondo giorno consecutivo ceniamo in un locale dove avevamo pranzato durante il viaggio di andata.
Qualche decina di minuti in più a rotolarsi nel letto visto che non c’è più la preoccupazione del visto o delle assicurazioni in scadenza. Il risveglio nell’Unione Europea ha qualcosa di positivo oltre alla davvero buona colazione dell’Hotel Inger. La prima missione della mattina è andare lungo le sponde del fiume Narva che dà il nome alla città e la divide dalla parte orientale chiamata Ivangorod e facente parte della Russia. Sono poco più di cento i metri che distanziano le due parti del fiume e nei pressi del ponte stradale che abbiamo attraversato ieri sera sorgono due castelli contrapposti dove sventolano le due bandiere nazionali. L’Estonia, in base al Trattato di Tartu stipulato nel 1920, rivendica anche il possesso di Ivangorod. La Russia non riconosce queste rivendicazioni e allo stesso tempo sottolinea come oltre l’80% degli abitanti di Narva siano di etnia russa e discriminati dalle normative estoni. Una grande parte di russi residenti in Estonia non ha diritto ad avere il passaporto estone. Di conseguenza una parte di questi ha il passaporto russo e gli altri sono apolidi. L’Estonia non riconosce la propria cittadinanza ai russi arrivati in questa terra dopo il 1940, anno che gli estoni ritengono l’inizio dell’occupazione sovietica della propria nazione. Ad oggi questo problema non è stato risolto e sul tema della tutela dei russi-apolidi sono intervenute anche le istituzioni europee. Questi cittadini votano solo alle elezioni amministrative e sono esclusi dalla vita politica nazionale. Oltre alla frontiera internazionale che abbiamo attraversato nelle ultime ore, ne esiste una pedonale riservata a coloro che si spostano frequentemente tra Narva ed Ivangorod. Molte famiglie furono divise da quello che fino al 1991 era un confine interno all’Unione Sovietica, paragonabile a quello tra due regioni italiane. Oggi non solo il fiume divide due nazioni, ma anche l’Unione Europea da quella Euroasiatica. Un muro burocratico di immense proporzioni.
Paradossalmente l’unica lingua di mediazione per tutti comprensibile è il russo, ovvero quella di coloro che sono considerati gli occupanti di questo territorio per settanta anni. Lasciate le stranezze di Valga-Valka, riprendiamo il cammino tra foreste di betulle e laghi. La qualità dell’asfalto è peggiore di quello estone, ma il bello arriva dopo una quarantina di chilometri, quando il fondo stradale diventa in terra battuta. Questo tipo di pavimentazione in presenza di pioggia diventa davvero pessimo. La nostra Toyota Hilux cambia colore e il rosso della terra copre completamente
l’argento della carrozzeria. Fortunatamente questo piccolo inferno si conclude dopo circa cinquanta chilometri. La strada non asfaltata si chiamava P-38, esattamente come la pistola che molti vorrebbero usare contro il ministero dei trasporti lettoni in queste circostanze. L’ultimo centinaio di chilometri ci porta a Daugapils, capoluogo della Letgallia, che come abbiamo raccontato nel viaggio di andata è un’altra zona dei Paesi Baltici dove la popolazione è russofona. La conferma di quale idioma sia parlato arriva sia nel prendere una camera nell’alberghetto centrale chiamato Biplan e pure nell’ordinare cibo al ristorante Gubernators, dove ceniamo per la quarta o quinta volta durante i nostri viaggi. I russi di Lettonia godono di pieni diritti politici ed eleggono regolarmente un discreto numero di parlamentari, ma sono impegnati fortemente nel rivendicare l’uso del russo come lingua ufficiale almeno nelle regioni a maggioranza di popolazione russa.
Dopo aver salutato Sergej e Ksjusha e aver recuperato l’auto nel parcheggio vicino casa, l’equipaggio della Torino-Pechino si appresta a vivere una nuova giornata all’International Gas Forum di San Pietroburgo. Tra gli eventi di oggi c’è l’arrivo di una carovana di mezzi pesanti partiti dalla Cina un mese fa. Camion e autobus, tutti alimentati a metano, hanno percorso la “Via della Seta” tra Cina, Kazakistan e Russia. Una bella impresa che ci fa sembrare la nostra una impresa ancora più grande. Il presentatore ricorda i ben 10.000 chilometri percorsi e le tre frontiere internazionali attraversate. La Torino-Pechino è ferma a 23 confini ed appena 31.000 chilometri! In ogni caso applaudiamo sportivamente i colleghi che si sono fatti una bella passeggiata nel continente euroasiatico. La mattinata prosegue cercando di sfruttare l’occasione per presentare il nostro viaggio a tutti i contatti che hanno avuto modo di ascoltare il nostro
racconto nella giornata di ieri. A sorpresa incrociamo l’Amministratore delegato di Gazprom, nonché viceministro per l’energia, Aleksej Miller. Impressionante lo stuolo di giornalisti e altri personaggi che lo seguono passo dopo passo nel salutare tutti gli addetti degli stand Gazprom. Meno noto di Miller, ma comunque grande amico della Torino-Pechino, è il responsabile di Gazprom Kirghizistan Ruslanbek Kadyraliev, già conosciuto durante la permanenza a Bishkek. Anche con lui avvengono proficui colloqui
nella speranza di future e successive collaborazioni. Anche oggi il ricco pranzo è offerto dalla più grande società mondiale del mondo del gas.
settentrionale attraversa il Golfo di Finlandia con un avveniristico ponte per poi permettere al viaggiatore di raggiungere lo stato scandinavo o la parte nord di San Pietroburgo evitando il centro. Con il passare delle ore arriva anche la notte. Con il calare delle tenebre ci riforniamo di metano nella vecchia stazione Kriogas di Kingisepp, l’ultima prima del confine. La stazione non è in ottime condizioni, ma i primi interventi di restauro e ammodernamento danno buoni risultati. Anche in questo caso è Fornovo che si è occupata dei miglioramenti. Kingisepp ospita anche l’ultimo pasto in terra russa e, contrariamente a ciò che ci si può immaginare, non è un classico plov in una “stolovaja” ma un cheeseburger in un fast food, visto che abbiamo fretta di raggiungere il confine.
Sono sempre troppo poche le ore di sonno, ed infatti risulta sempre più difficile poter raccontare di aver dormito bene e a lungo. La veloce preparazione e conseguente colazione conduce al primo impegno mattutino, ovvero il rifornimento di metano alla stazione Gazprom di Tosno, poco a sud di San Pietroburgo. Qui siamo arrivati grazie alle segnalazioni di Fornovo che si è occupata di installare il compressore della struttura. Insolitamente, almeno rispetto ad altre stazioni fin qui visitate, abbiamo a che fare con una normale area di servizio dotata anche di benzina, gasolio e gpl. Il metano si trova a pochi metri dagli altri carburanti, e le quattro colonnine hanno sia l’attacco europeo che quello russo. Da qui ripartiamo per raggiungere, dopo un’ora di intenso traffico, l’Expoforum, struttura fieristica nei pressi dell’aeroporto di Pulkovo. Qui si svolge, dal 2 al 5 ottobre, il Sain Petersburg International Gas Forum, evento organizzato annualmente da Gazprom. Siamo ospiti, in qualità di relatori, grazie all’invito di Sergej Colin di Gazprom Italia. Abbiamo
l’onore di raccontare il nostro viaggio durante il convegno sui sistemi di sicurezza di auto e stazioni di rifornimento di metano. La maggior parte dei relatori sono russi o italiani. Decidiamo eroicamente di intervenire in lingua russa. Probabilmente lo sforzo prodotto dal capo-spedizione Guido Guerrini non sarà stato perfetto, ma ha generato apprezzamento e attestati di simpatia da più parti. Da segnalare la presenza della Presidente di NGV Italy, Maria Rosa Baroni, che ha testimoniato di essere stata presente alla cerimonia di partenza a Torino lo scorso giugno. Alla fine dell’iniziativa c’è stata qualche ulteriore attenzione da parte dei media russi al viaggio della Torino-Pechino. Felici di aver superato questa difficile prova ci gustiamo il pranzo a disposizione dei relatori dei convegni, offerto in una sala gigantesca. La giornata prosegue all’interno della fiera con la visita di tutti i padiglioni presenti. Non sono molte le realtà italiane che espongono, tra queste visitiamo casualmente uno stand di una azienda emiliana dove scambiamo qualche parola. L’unico italiano presente è un ragazzo che ha già incrociato i propri destini con i viaggiatori della Torino-Pechino. Federico Soragni, che oggi lavora in questo settore, fece un’esperienza di volontariato alcuni anni fa tra Volgograd, Elista e Astrachan, e in quell’occasione ebbe modo di conoscere il nostro Emanuele.
Nel tardo pomeriggio lasciamo la fiera diretti nel centro di San Pietroburgo, sfidando il traffico cittadino che ci permette di fare venti chilometri in circa novanta minuti. Alle 19 abbiamo appuntamento con Marco e altri italiani che vivono nella ex Leningrado. Assieme a loro anche dei russi che studiano la lingua italiana. Marco vive qui da molti anni con la propria famiglia. Oltre che insegnare la lingua italiana si occupa di turismo e visti per la Russia. Ottimo conoscitore della burocrazia russa ed italiana, non esita, nei gruppi facebook che gestisce, a dispensare consigli quando richiesti. Si cena tutti assieme al ristorante italiano “Paninaro”, gestito dal bravo chef Walter Bisoffi. Anche in questa occasione la Torino-Pechino improvvisa una semi-conferenza stampa raccontando le proprie esperienze di viaggio. Fioccano le domande sia sull’avventura che sui recenti sviluppi della vita personale di Guido. La serata scorre via in modo piacevole e la pizza assaggiata risulta essere eccellente. Ultimo atto assieme ai nuovi amici è una foto commemorativa con la Toyota Hilux a diesel-metano. Ancora una quindicina di chilometri ed eccoci raggiungere la casa di Sergej e Ksjusha, parenti della moglie di Guido, Olga, dove la Torino-Pechino si appoggerà nell’ultima notte in terra russa del viaggio.

troviamo uno spazio riservato ai “visitatori cosmici” accompagnato da un simbolo con un disco volante… Accompagnati da un bel sole e con una temperatura tornata attorno ai quindici gradi, Bruno e Guido arrivano poco prima del tramonto a Vladimir dove riforniscono di metano nella nuova stazione Gazprom inaugurata circa un mese fa, che quindi non era attiva durante il viaggio di andata. La stazione ci è stata segnalata da Fornovo, che ha installato il compressore, ed è molto all’avanguardia, considerato che oltre al metano ha una colonnina elettrica in grado di caricare a 22 kW. Circa tre ore di buio accompagnano il viaggio fino al quartiere di Otradnoe a nord di Mosca, dove è in programma una curiosa cena tra alcuni protagonisti della Torino-Pechino. Guido e Bruno incontrano il 
insieme si possono raggiungere perversioni non pensabili. La mezza giornata persa dietro ai documenti costringe la Toyota Hilux a lasciare Mosca attorno all’ora di pranzo. Volante girato verso nord nel tentativo di arrivare a San Pietroburgo ad un’ora non troppo tarda. Ad agevolare il cammino c’è la nuova autostrada M11, che in parte prende il posto della vecchia M10 che avevamo percorso nei viaggi precedenti. La M11 ricorda molto l’Italia sia per i cartelli verdi che la contraddistinguono che per il salatissimo pedaggio nei primi ottanta chilometri. Senza alcuna giustificazione plausibile, la prima parte di strada costa esattamente come tutto il restante. Circa 1200 rubli (15 euro) per i cinquecento chilometri già costruiti, suddivisi in 650 rubli per la prima parte e 550 per la seconda. Esattamente come le autostrade belghe, tutto il tratto in questione è dotato di un ottimo e funzionante impianto di illuminazione. Al completamento finale mancano ancora circa centocinquanta chilometri, in parte attorno a Tver’ e l’ultima parte, comunque già a doppia corsia, che conduce a San Pietroburgo. La strada passa attraverso il Rialto del Valdaj, che oltre ad essere un parco nazionale è anche il luogo dove nasce il fiume Volga. Curioso che un fiume di oltre 3.500 chilometri, dal Valdaj al Mar Caspio, abbia la propria sorgente ad appena 228 metri di altitudine. La catena collinare che supera in alcuni punti i trecento metri dà origine anche al Dnepr, che sfocia sul Mar Nero, e alla Dvina, che si tuffa nel Mar Nero. Pochi metri di altitudine che riescono a dividere tre bacini idrografici. Usando con attenzione i rifornimenti di metano e gasolio fatti nella giornata di ieri riusciamo ad arrivare nella città di Tosno, a circa cinquanta chilometri dalla sede fieristica che domani ci ospiterà. Sempre qui domani mattina visiteremo una nuova stazione di rifornimento dove si trova anche, e non solo, il metano. Un’ottima cenetta all’interno dell’hotel che porta lo stesso nome della città precede gli ultimi preparativi per la conferenza di domani.
Ormai deciso che in tarda serata la Torino-Pechino tornerà in Russia, la giornata diventa utile per riposare e poi preparare nel modo migliore il nuovo trasferimento a Kazan. Non mancano anche oggi i momenti dedicati al trasporto di vetrate assieme a Sergej. Il resto del pomeriggio serve per lavare l’auto in vista di un importante ospite che salirà a bordo nella giornata di domani, per fare compere a prezzi convenienti al mercato agricolo di Uralsk e rifornirsi di gasolio kazako, uno dei più economici al mondo. Dopo l’ultima cena con gli amici del ristorante ASS e con la promessa di un ritorno nella città divisa tra i due continenti appena la figlia avrà la possibilità di viaggiare in auto, la Toyota Hilux si incammina a velocità moderata verso il confine con la Russia, che si trova a meno di sessanta chilometri da Uralsk. L’uscita dopo le ore 24 ci permette di chiudere l’esperienza kazaka con un guadagno netto di cinque giorni sul visto russo. Il vecchio programma prevedeva di lasciare Kazan il 26 settembre, la Russia il 28 e dopo aver vagato per le repubbliche baltiche rientrare a San Pietroburgo per l’evento Gazprom dedicato al metano il solo giorno del 3 ottobre. Adesso invece possiamo goderci la nuova arrivata alcuni giorni, lasciare Kazan il primo ottobre e raggiungere direttamente San Pietroburgo, dopo una sosta a Mosca al Consolato italiano, senza ulteriori strani passaggi di confine. Sempre nella giornata di oggi arriva la conferma che avremo l’onore di essere presenti e relatori all’evento dedicato al metano che si terrà nella ex Leningrado nella prima settimana di ottobre. Siamo attesi la mattina del giorno 3 per la tavola rotonda dedicata alla sicurezza nel mondo del gas naturale.
Alla mezzanotte dell’ora di Uralsk entriamo nella stazione doganale kazaka. Le pratiche di questa dogana interna all’Unione Euroasiatica durano appena quindici minuti. Per pura curiosità e cautela chiediamo a tre doganieri diversi che ora sia poco oltre il ponticello che divide il Kazakistan dalla Russia. Tutte e tre le volte il personale della stazioni di confine ci fa presente che i russi sono indietro di un’ora. Queste affermazioni minano le nostre certezze visto che eravamo sicuri che nell’oblast’ di Orenburg ci fosse lo stesso fuso orario del Kazakistan occidentale. Nel dubbio, per non perdere un giorno di visto, decidiamo di trascorrere circa quarantacinque minuti nella
“terra di nessuno” per poi presentarci alla dogana russa dove apprendiamo che i kazaki si sbagliavano. Nella regione di Orenburg vige la stessa ora di Uralsk e noi abbiamo buttato via un’ora inutilmente. Per fortuna i controlli russi non sono particolarmente opprimenti e attraversiamo il confine con oltre cento chili tra patate, cipolle, cocomeri comprati nel mercato della città kazaka da commercianti indicati dall’entusiasmo di Sergej. Nella lunga notte di guida attraversiamo due fusi orari e superiamo un centinaio di uzbeki in viaggio con auto stracariche di ogni bene possibile. Arriviamo all’ospedale di Kazan di prima mattina dopo circa undici ore spese tra guida e dogana. Il programma della giornata prevede adempimenti burocratici per la registrazione anagrafica di Alisa. Purtroppo la levataccia notturna e quindi la presenza di Guido non è sufficiente a risolvere un problema legato alla traduzione del passaporto che deve essere rifatta e autenticata in fretta e furia. Questo costringe il capo-spedizione della Torino-Pechino a non andare a dormire come precedentemente sperato e dedicarsi all’ennesimo problema burocratico che potrebbe far tardare il passaporto italiano, ma anche quello russo, alla neonata. L’evento più interessante della giornata è programmato per le tre del pomeriggio: alla clinica “RKB” è prevista la dimissione di Olga e Alisa. In Russia il momento dell’uscita dall’ospedale e di fatto dell’inizio di vita del neonato è considerato molto importante. Non mancano fotografi e cameraman pronti a rivendere ai genitori i frutti del proprio lavoro. Per Guido il momento è
ancora più importante visto che dopo diversi giorni di esilio forzato lontano dalla famiglia finalmente vedrà la nuova arrivata Alisa. La direzione dell’ospedale permette alla Toyota Hilux di arrivare fino alla porta del padiglione dove nascono i bambini e, scherzando, chiede visibilità per l’ospedale pubblico nei nostri racconti di viaggio. L’incontro avviene con il consueto cerimoniale fastoso della tradizione russa. Oltre all’emozione e mancanza di parole nell’incontrare il frutto in carne ed ossa dei tanti viaggi in giro per l’Eurasia, per Alisa arriva il momento del primo viaggio in automobile, ma non in un’auto qualsiasi! La più giovane viaggiatrice sul Toyota Hilux della Torino-Pechino è finalmente a bordo e i circa dieci chilometri che la separano dalla casa di Via dei Cosmonauti sono carichi di attenzione. Anche l’arrivo al nuovo domicilio è una festa e la lunga giornata si conclude con un banchetto familiare allietato da buon vino italiano delle Tenute Nardi. La serata di Alisa, invece, finisce con l’emozione del primo bagnetto. Peccato che la giovanissima neoviaggiatrice potrà far parte della squadra solo fino a lunedì mattina, quando la Torino-Pechino riprenderà la via occidentale che la porterà prima a Mosca e poi a San Pietroburgo per prendere parte al Ros-Gaz-Expo 2018, uno dei più grandi eventi al mondo dedicati al metano.
essere un punto di riferimento visto che la sera precedente avevamo parlato a lungo proprio di questa eventualità. Non arrivando comunicazioni dalla Russia la mia preoccupazione aumenta. I due kazaki si impegnano nel confortarmi, arrivando a propormi un salto nella non lontana moschea o se preferisco nella chiesa ortodossa. Pur rispettando tutti i culti non me la sento di ricorrere a questo sistema e scelgo un luogo laico dove concentrare le mie speranze. Non lontano dalla trattoria di Sergej c’è l’enorme memoriale delle vittime della seconda guerra mondiale, una delle poche cose
sovietiche rimaste ad Uralsk. Il memoriale è anche un balcone sul fiume Ural e quindi sulla vicinissima Asia. Qui trascorro del tempo provando a recuperare serenità. Saluto Tanja e Sergej promettendo notizie appena ne avrò. Rientrato nell’appartamento 47 della casa 17 della quarta microregione, ubicato nella parte orientale della città, entro nella stanza meno nobile dei 40 metri quadri che mi ospitano e squilla il telefono. È Olga che chiama e questo mi fa ben sperare. Ascolto le parole “3300 grammi per 51 centimetri” pronunciate in lingua russa e sento le urla di disperazione, uguali in tutto il mondo, di chi fino a
pochi minuti prima si godeva il caldo della pancia della madre. Sono le ore 16 in Kazakistan (le 14 a Kazan e le 13 in Italia), e quaranta minuti prima ero diventato padre di una bambina che avrà un doppio passaporto e che potrà viaggiare in tutto il mondo quasi senza visti, al contrario di sua madre e suo padre che anche per concepirla hanno dovuto avere un visto nel passaporto. Le
complicazioni pre e post parto costringono Olga a riposare e nella frenesia della comunicazione non mi conferma il nome che è stato scelto per la piccola, dato che ne avevamo concordati tre e lo avrebbe scelto lei al momento in cui avrebbe visto la bambina. Non conosco ancora il nome di mia figlia, ma so che posso festeggiare la nascita di colei che tre ore dopo sarà chiamata Alisa, come la protagonista di un noto telefilm sovietico, “Ospiti dal futuro”, che piace molto sia a sua madre che a suo padre. Il primo giorno di Alisa abbiamo deciso di godercelo in privato e la notizia circola solo tra i nostri stretti familiari con alcune piccole eccezioni, come Sergej, Tanja e gli altri del ristorante. Proprio con loro decido di passare la serata e corro in un supermercato a cercare dei vini e spumanti italiani riuscendo al terzo tentativo a trovare anche qualcosa di toscano. Mentre Olga si gode il riposo e la nostra bambina, per me è arrivato il momento di festeggiare come il copione prevede per ogni nuovo padre. Tutti gli amici che la sera prima erano al compleanno di Sergej si ritrovano una seconda volta per onorare Alisa e, terminati il vino e lo spumante, torna in campo la vodka kazaka, per fortuna accompagnata da qualche chilo di ottimo plov. Al tavolo si aggiungono altre persone nuove e tra le donne presenti conto almeno tre Olga, forse un avvertimento subliminale. A turno ognuno propone un brindisi che non sempre comprendo, visto che alcuni sono pronunciati in kazako. Sono comunque certo che le parole ascoltate siano tutte ben auguranti. Alcuni dei presenti hanno anche comprato un piccolo regalo per la figlia. Sono felice che questa serata lontano da Kazan e dall’Italia si sia rivelata foriera di cose belle e non triste come potevo immaginare al momento in cui sono stato costretto ad allontanarmi dalla Russia a causa dei noti problemi che la burocrazia ci ha regalato.